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La Corte! Ecco uno dopo l'altro comparire tre giudici. O perchè tre? Una volta, che il Tribunale dei giurati abbia chiarito l'accusato colpevole del delitto che gli venne apposto, poco ci vuole ad aprire il volume della legge e riscontrare quale pena ella gli assegni. Un solo giudice avrebbe a bastare. Io raccomando questa economia, non per ora, ma sì per quando la Italia, dopo il fallimento, si porrà in carreggiata per diventare un paese governato da cristiani.
Il presidente interrogò gli accusati intorno alle generalità: il prete ha nome Liborio e fu figlio del fu Ambrogio Rospani di Chivasso, curato di San Rocco in Valpaiola; la donna si chiama Felicina, figlia di Salvario Rubinetti, che si è reso defunto, di Castiglione. Dopo ciò, fece leggere ai dodici giurati la formula del giuramento, e questi senza pure stringere le ciglia promisero di non tradire i diritti dello accusato, che non conoscono, nè quelli della società, i quali conoscono anche meno; promisero non lasciarsi sopraffare dal timore, come se dipendesse da loro chiudere la porta in faccia alla paura, e per ultimo giudicare con imparzialità e fermezza, conforme conviene ad uomini liberi. Breve, la tromba sonò, il canapo si abbassò, via, barberi, potete correre il palio della giustizia.
Avvertiti gli accusati a drizzare bene le orecchie, ecco il cancelliere legge una bibbia dove si racconta per filo e per segno, come qualmente la Felicina fosse figlia femmina, nata unica a Salvario Rubinetti, applicato di terza classe al ministero della guerra; per isventura di questa esserle morta la madre nella sua infanzia, sicchè il padre solo la tirò innanzi con amore sviscerato: fino da fanciullina costei avere dimostrato propensione agli amori, ai balli, ad ogni maniera sollazzi: sopra le altre compagne s'ingegnava comparire attillata ed ornata, e poichè il povero stato non le permetteva le ricche spese, saccheggiava la natura per fregiarsi co' fiori più smaglianti della stagione: compita l'adolescenza, le si cacciarono addosso una smania irrequieta ed uno sfinimento, di che il padre prese ad andare pensoso: e quanti frequentavano in casa cominciarono a temere che la non fosse per dare in consunzione: in questo frangente capitò don Liborio a visitare il vecchio amico Salvario, il quale appena ebbe vista la fanciulla, si sentì preso di straordinaria compassione per lo stato di lei, onde egli disse, ed in questo lo secondava anco il medico, che per ritornarla nella primiera floridezza non ci era altro verso che farle mutare aria, conducendola in villa; dove circondata da immagini tutte piacevoli si sentirebbe ricreare: egli profferirsi menarla per qualche tempo alla sua canonica, confidandola alle cure della sua sorella, piissima donna, la quale l'avrebbe avuta cara come un sollievo inviatole da Dio per consolarle l'uggia della solitudine.
Il padre, dopo un lungo tentennare fra il sì e il no, parendogli che per la partenza della figliuola gli si avesse a rompere il cuore, finalmente acconsentiva commetterla nelle mani del prete. Così Felicina andata a casa don Liborio da prima niente fu notato nel contegno di lei, che non meritasse lode: più tardi ebbero a riprenderla di frequenti assenze, massime sulle prime ore della notte, che non sapeva scusare, o scusava con menzogne manifeste, tanto che la sorella di don Liborio protestò più volte che ella intendeva lavarsene le mani, non volendo sul finire del salmo della sua vita sentirsi chiamare arruffamatasse e pollastriera. Delle quali cose don Liborio (dice lui) sentendo maraviglioso fastidio, certo giorno si restrinse con la Felicina per farle una bravata nelle regole, quando ella (lo dice sempre il prete) con sua non minore maraviglia che spavento, gittatasegli ai piedi, gli spiattellò essere gravida di tre mesi. Tra l'ira e la pietà, quest'ultima prese il sopravvento, però, sotto pretesto di ricondurla al padre, la menò a Monza, dove acconciolla in casa della Brigida Travicelli, femmina di piccolo stato, ma di buona reputazione, a patto che l'albergasse e la governasse sinchè non si fosse sgravata. La Brigida chiamata davanti al giudice istruttore, depose come veruno mai si facesse a visitare la Felicina, eccetto il prete, ma rado: costui averle di mano in mano assottigliato la retta, sicchè, sull'ultimo, la Brigida dichiara avere mantenuto la meschina quasimente per amore di Dio. Avvicinandosi l'epoca del parto, la fanciulla spesseggiava lettere al reverendo, perchè andasse a consolarla, ma lui duro; onde se non era lei che le dava animo come poteva, la si sarebbe per la disperazione buttata via; finalmente il nodo arrivò al pettine, cioè Felicina prese a nicchiare, e la Brigida, immaginando che le cose fossero per passare lisce, sperò non ci sarebbe stato bisogno di altro aiuto fuori del suo; ma non si appose, chè il parto si mise al brutto: le strida della partoriente le straziarono così le orecchie e il cuore, che ella, persa la bussola, non sapeva più a qual santo votarsi; all'ultimo si dispose andare per la levatrice, e così fece, lasciando l'uscio di casa accosto. Andò e tornò, stando fuori il tempo che ci vuole a recitare un credo; la levatrice non trovò, chè era andata ad assistere una altra partoriente, ma al suo ritorno in casa vide la ragazza sgravata, don Liborio tutto affaccendato in camera, il pavimento insanguinato, e in mezzo al sangue la creatura giacente in terra, morta. La Felicina guaiva da mettere pietà alle pietre, don Liborio con parole soavi la raumiliava dicendo, che, poichè l'era andata a quel modo, bisognava rassegnarsi ai divini voleri: e senza punto smarrirsi, rinvolto il morticino dentro un mucchio di giornali, fece intendere volerlo trasportare alla prossima cappella per farlo seppellire in sagrato. Pochi giorni dopo taluni fanciulli, giocando alla palla in luogo remoto, avvenne che una delle loro palle andasse a ruzzolare entro certa chiavica che ingombra a modo di ponte massima parte della strada; la quale palla volendo ricuperare, uno di essi s'introdusse carpone sotto la chiavica, dove rinvenne lo involto dei giornali, ed avendolo disfatto, con orrore mirarono il corpo del delitto. I periti dell'arte, esaminato il morticino, concordi risposero essere nato vivo e vitale, e senza paura d'ingannarsi aggiunsero che lo giudicarono ucciso per istrangolazione, e per rottura del cranio; ai quali due atti, massime al secondo, vuolsi adoperare non piccola forza. Interrogata la Felicina, rispondeva che, partorito il figliuolo, ella, per lo grande spasimo, tracollò giù dal letto sul pavimento, dove giacque in deliquio: di nulla avere pertanto conservato la memoria, eccettochè, rinvenuta in sè, si vide innanzi don Liborio, il quale piangeva per la disgrazia, che al neonato nel cadere si era infranto il cranio. All'opposto don Liborio afferma che sopraggiungendo nella stanza dell'accusata, non solo rinvenne la creatura col cranio fesso, ma altresì strangolata. In conseguenza di che la Camera delle accuse, giudicando provato lo infanticidio con premeditazione, ne chiama colpevoli la Felicina, ecc., e don Liborio, ecc.
Il presidente, ultimata la lettura del decreto della Camera di accusa, ribadiva il chiodo, spremendone il sugo, dichiarando ai due accusati:
— Ecco di che cosa v'incolpano; adesso sentirete le prove che si hanno contro di voi.
Qui il procuratore del re presentava la lista dei testimoni, che letta ad alta voce dal cancelliere, ed ammessa senza eccezione, fu proceduto allo interrogatorio dei testimoni e dei periti.
Naturalmente giurarono tutti di dire la verità null'altro che la verità, e di non avere altro scopo che quello di fare conoscere ai giudici la pura verità, stando in piedi, con la destra sopra il Santo Evangelo, previa seria ammonizione sull'importanza dell'atto e sopra le pene stabilite contro gli spergiuri negli articoli 365, 366, 367 e 369 del Codice penale.
I periti naturalmente ancora ratificarono in tutto e per tutto la perizia da loro depositata negli atti. Il presidente allora domandò prima agli accusati, poi ai difensori, se avessero cosa da osservare. Gli accusati tacquero; Fabrizio fece col capo atto di diniego, ma uno dei difensori del prete, quegli dai tre figliuoli donati allo Stato, levatosi in piedi, dopo avere salutato a destra ed a mancina, per davanti e per di dietro, e confettati i periti di valorosissimi e di dottissimi, li interrogò: «Dicano, nella loro scienza e coscienza, se per operare la strangolazione e la frattura del cranio del neonato, ci sia stato mestiere di forza superiore a quella di cui l'accusata poteva essere capace, in specie considerando lo stato di parossismo nervoso, nel quale si versava in cotesta occasione. In subalterna ipotesi, dicano se la frattura del cranio possa essere stata cagionata dal percotere, che per avventura fece il parto cadendo sul pavimento.» I periti risposero per la verità, che la forza per istrangolare la debolissima creatura appena partorita, la madre poteva avere, ed anco di avanzo; non così per operare la frattura del cranio, la quale poteva probabilissimamente essere successa nella caduta del parto sul pavimento.