Stavasi tutto umìle in tanta gloria,
come madonna Laura.
Quanto a Felicina, l'avvocato Fabrizio reputò spediente citare per testimoni alcune fanciulle sue compagne d'infanzia e pari di anni, avvisandosi che come giovani avrebbero più agevolmente aperto l'animo a sensi di pietà, e messo per lei parole di difesa. Se (egli aveva pensato) se cuori induriti da lunghe offese non reggono alla vista di tanto infortunio, come non si commoveranno coteste anime verginali? E di simile commozione egli si avvisava far capitale per aprire una breccia dentro ai crani dei giurati.
Non lo avesse mai fatto! Pari ad un nugolo di insetti maligni, ognuna di loro si provò a spuntare il proprio pungiglione sopra le carni della povera Felicina, e lei dipinsero proterva e invereconda, degli amori altrui insidiatrice: invidiosa e spietata, sicchè non pareva esser contenta, se tutti i giovani non tirava a sè, nulla curando la disperazione delle compagne. Sovente avere presagito fra loro ch'ella non poteva, se non capitar male, ed ora essersi pur troppo verificato il presagio: della sua fine esse aver sentito dolore, non meraviglia.
All'avvocato Fabrizio cocendo essersi scottato le dita, venne in mente d'interrogare alcuna per qual modo poteva affermare che la Felicina toglieva altrui gli amanti, e fece peggio, perchè la interrogata come vipera rispose che questo non diceva per lei, perchè innamorati, ella non aveva avuti fin lì; e caso mai li avesse avuti, oh! la Felicina non sarebbe stata bastante a levarglieli di sotto: averlo sentito dire da altre.
Insistendo Fabrizio, ond'ella dicesse da quali indizi argomentasse lo istinto rapace nella Felicina di levare gli innamorati alle sue compagne, sentì rispondersi:
— Mi ha seccato.
Intervenne il presidente, il quale disse:
— La non si stia a seccare di più, e risponda con garbo.
Ora, siccome costei compariva magrissima, non è da dirsi quale e quanta ilarità destasse nell'uditorio la lepidezza del presidente; e la testimone indispettita osservò: