Ora venite qua, e ditemi: quando la Felicina per gli inviti del suo insidiatore, lasciò la casa paterna, era incinta, o no? Se incinta, perchè allontanarsi da un luogo dove avrebbe rinvenuto sussidi a celare meglio il suo fallo? Qui i testimoni pochi e interessati a nasconderlo; e per andar dove? In casa circondata da persone rigide, studiose a vigilarla, non facili a perdonare di questa maniera peccati: ad ogni modo repugnanti a sovvenirla per dissimulare la sua colpa: quindi cresciuti i pericoli, lo scandalo sicuro. No, prete, tu avesti Felicina pura e ce la rendi contaminata. Chi ci racconterà le arti infernali del seduttore, le lusinghe, le profanazioni, le minaccie, il terrore? Chi le violenze, o lo assopimento, o la ebbrezza? I serpenti conoscono le infinite guise con le quali i serpenti inviluppano la vittima nelle loro spire, non io. Perchè non la ricondusse al padre? Questo il debito suo. Egli mentisce quando narra del padre fulminato dallo annunzio della colpa della figlia: non fu, no, la notizia del fallo, bensì quella del suo preteso delitto che uccise il misero uomo.
Certo, non io scuserò la fanciulla, la quale non seppe resistere alle lusinghe dell'amore, ma non sono questi i peccati di cui inorridisca la natura, e trovino uomini e genitori implacabili: la gente ci si mette attorno per ridurli a sacramenti e le più volte riesce: in questi casi le nozze valgono per matrimonio e per battesimo. Ora dirò io la ragione per la quale la figlia non fu ricondotta al suo genitore: il pubblico ministero, con verecondia pari alla carità, suppone perchè dei molti pruni male ella avrebbe saputo indicare quello che la ferì, ed io gli affermo al contrario ch'e' fu perchè l'unico e il solo temè rimanere scoperto, perchè questo non poteva, anco volendo, riparare al mal fatto, perchè questo uno appetì la voluttà, non gli imbarazzi della colpa. Al pubblico ministero non garba indagare le cagioni del delitto: a lui basta trovare il fallo e domandarne il gastigo. Ciò significa che egli, o non conosce il suo dovere, o ricusa adempirlo; quando egli insta, affinchè la legge percuota un capo cui egli non in virtù di prove, ma per via d'induzioni dichiara colpevole, allora religione, coscienza e legge gl'impongono l'obbligo di rinvenire prima di tutto la causa di delinquere; però che se causa non si trovi, e non pertanto il delitto sia stato commesso, ne viene per conseguenza che lo imputato, come agente senza intelletto, non si condanni per colpevole, bensì si chiuda come demente. Giusto, in questo punto, sul quale il pubblico ministero guizza con riprovevole leggerezza, io lo intimo a rendermi ragione della causa determinante Felicina a commettere lo infanticidio. Ormai ognuno sa e sente che spugna di delitto non cancella vestigio di colpa. Non riesce arduo, non dà luogo a ricerche il deposito di una creatura nella ruota; mentre all'opposto è impossibile chiuderla nella bara, senza suscitare sospetti ed investigazioni di polizia; e non ci ha mestieri di troppa sagacità per comprendere come, nello infortunio in cui la Felicina si trovava travolta, la più sicura, anzi l'unica via, che le si presentasse, era per lo appunto quella di deporre il figlio nell'orfanotrofio. Invece si pretende più verosimile, anzi vero, e di più provato, che la madre in mezzo agli spasimi, agli sfinimenti, e mentre la natura raumilia le ferocissime infra le belve, ella pensi unicamente a celare la sua colpa; peggio ancora, deliberi mandare ad esecuzione il consiglio premeditato di uccidere la sua creatura. Così secondo il concetto del pubblico ministero, il proposito di ammazzare il suo figliuolo, maturava nel cervello della madre alla stregua che le membra di lui crescevano nel suo seno. Io me ne appello a quante madri qui convenute ci ascoltano, e le invoco a dirci se questi concetti non sieno calunnie espresse contro la natura.
Si concede, che il neonato possa in cadendo essersi infranto il cranio, perchè si vuole assolvere un colpevole; si contrasta la strangolazione fortuita, perchè vuolsi condannare lo innocente. Fra i dibattimenti dello spasimo, fra le smanie del dolore, in mezzo al deliquio, non vi par egli più ragionevole supporre che la mano cercando qualche oggetto per aggrapparvisi siasi crispata intorno al collo del pargolo? Ci è forse bisogno della forza di un atleta affinchè simile infortunio succeda? Così debole cosa è l'umano alito nel suo nascimento che anco l'aura di primavera basta per ispengerlo. Se taluno è reo qui, non è la donna. Anco nei piati civili chi intenta un'azione deve provarla; tanto più nei criminali, dove l'oggetto della lite è una testa, e il pubblico ministero malignò di molto, ma non ha provato nulla. Io non vi chiedo la condanna del prete accusato, quantunque le prove, il discorso della mente tutto me lo chiarisca seduttore, omicida, traditore dell'amicizia, profanatore della ospitalità, ipocrita spietato....
Come quando un gruppo di venti si scatena sui campi della messe cresciuta, le spighe del grano si dimenano di qua e di là, e pare che sentano dolore, così si agitavano i capi degli uditori, e di nuovo proruppe la voce:
— Calunnia!....
— Calunnia!.... Ebbene, quando a me non soccorresse altra prova della reità del prete indegnissimo, mi basterebbe questa. Sapete voi in che fasce fu trovato avvolto il morticino? Ve lo dirò io: nei fogli dei giornali l'Armonia e la Civiltà Cattolica: giornali entrambi di cui si nutriscono i partigiani dei gesuiti, come Mitridate si cibava di veleno. Ecco il prete e i suoi doni. Questo padre dabbene ebbe avvertenza di provvedere il sudario in cui si avvisava ravvolgere il figlio morituro. Ma io, lo ripeto, non chiedo la condanna dell'accusato; questo non è mio ufficio; solo vi supplico a rimandare assoluta Felicina. Misera! a cui sembra cotesto nome, sia stato posto per derisione; miratela! Ventura per lei se l'avesse colpita in pieno la orribile infermità della pazzia: ella non è pazza, ma neppure gode il bene dello intelletto: si sente morire: i suoi pensieri, quasi strali scoccati dall'arco guasto, deviano dal bersaglio, di rado ella possiede la coscienza della vita; stringe il cuore a vederla sempre con gli occhi intenti al suolo, come chi cerca un obbietto che desideri trovare.... difatti ella vi cerca una fossa dove deporre in pace il capo doloroso.... Ah! non glielo negate voi. Dio l'ha percossa, e dove Dio percosse l'uomo non tocchi. Considerate questa povera foglia rimasta vizza sull'albero della vita, tremola per istaccarsi e raggiungere le altre cadute.... non le impedite la morte serena. Mentre alle fanciulle della sua età la vita sboccia fragrante e lieta come una rosa, ella niente altro implora che uscire dal mondo ignorata, che non la ricordi veruno, che intera la copra la terra della fossa: a questo patto ella non maledirà la vita che provò insidia...... perdonerà tutti, fino il suo vile seduttore, il quale volentieri abbandona alla misericordia di Dio.... —
L'avvocato commosso non potè condurre a fine la sua perorazione, con danno dei raccoglitori dei modelli della moderna eloquenza, e piacere inestimabile dei giurati, rinati alla speranza di trovarsi a tavola all'ora consueta. Il presidente allora chiese a don Liborio se avesse da aggiungere alla difesa dei suoi avvocati, ed egli sorgendo, reverente negli atti, disse:
— Nulla; io non mi lagnerò della diatriba contro la mia persona e il carattere sacro che io vesto, di cui il giovane avvocato, servendo al mal vezzo del tempo, ha fatto abuso: solo deploro, che la causa della sua cliente non abbia potuto somministrargli argomenti migliori di difesa: alla intenzione e al bisogno di giovare altrui, perdono la intemperanza e l'eccesso.
Quanto a me, prima di tutto confido in Dio, e poi nella mia coscienza e nel sapere dei giudici. Solo chiedo in grazia mi sia concesso osservare che non si serve davvero la causa dell'umanità straziando la religione ed i ministri di lei, i quali, istituiti da Melchisedec, vennero a noi per lungo ordine di anni e per lungo ordine di anni, in onta ai conati della empietà, vivranno. —
Non aggiunse: Portae inferi non prevalebunt, ma l'agguantò proprio sul margine estremo dei labbri. Un dì per significare le colonne d'Ercole della tetra sfacciataggine soleva dirsi: costui ha la fronte di bronzo, ovvero sopra la sua faccia si potrebbero battere i ducati; adesso codeste comparazioni non farebbero più al caso, mercè di tali, che ho conosciuto e conosco, di cui al confronto, il bronzo parrebbe latte rappreso e il torsello pasta frolla. Ogni cosa è in progresso.