. . . . . . . . . . . e quando eccede,

Cangiata in vizio la virtù si vede.

E il diavolo rise. Quanto a Felicina, giudicata colpevole di netto, il pubblico ministero chiese con bellissimo garbo alla Corte l'applicazione della pena ai termini dell'articolo 531 del Codice penale.

— E che porta questo articolo? — domandavano così per curiosità l'uno all'altro gli astanti, ed anco i giurati.

— Ma! — rispose uno, tirando su una presa di tabacco — semplicemente la morte.

— La morte! — I giurati saltarono su come i diavoli di Germania scattano fuori dalle scatole, e si misero paura scambievolmente: parecchi di loro per quel dì non pranzarono; due, il giorno di poi ebbero a purgarsi; in altro modo non sapevano piangere. Le fanciulle infeste a Felicina si dispersero a mo' di colombe pel sopravvenire del falco; e tanto più volentieri mi valgo di questa comparazione, in quanto che ho avuto luogo di osservare come gli uccelli cari a Venere, non sieno punto, secondo la opinione universale, miti, al contrario rissanti spesso fra loro a colpi di becco, ovvero di ale a mo' che le femmine dispettose costumano co' gomiti.

Ai consiglieri della Corte non fece caldo nè freddo; nell'animo loro la sentenza, come la nebbia, lasciò il tempo che aveva trovato: di cotesta maniera arrosti tutti i giorni ne cuocono; all'odore dello strinato ci sono avvezzi.

Chi trionfò davvero fu il procuratore del re; quando tornò a casa pareva Ezio reduce dai gelidi Trioni con due corbelli di alloro: la bambina che gli si fece incontro giù per le scale egli si pose a cavalcioni sul collo, segno di sterminata allegrezza, perchè non dimenticava mai la sua gravità, anco quando era col berretto da notte e la veste da camera. A mensa si cantò da sè l'epinicio, ovvero l'inno del trionfo; per celebrare degnamente la vittoria volle una bottiglia di Chianti, proprio di quello del Ricasoli. Cotesto vino, che ha il colore ed anco il gusto del sangue rappreso, piace ai procuratori del re; anche il boia lo beve per le pasque.

La folla spulezzò in un attimo per cavarne i numeri, ed essere in tempo per giocarli prima che chiudesse il banco del lotto. Solo una vecchia tentennava il capo, e le gridava dietro: «Dove vai senza giudizio? Numeri buoni saranno quelli che piglierò quando le taglieranno la testa!»

A Fabrizio non fu mestieri interporre ricorso in Cassazione per Felicina; ricondotta in carcere la prese il delirio e non la lasciò più: poco prima dell'agonia, secondochè per ordinario succede, tornò a rischiararla nella sua pienezza la luce dello intelletto, e se ne valse per raccontare punto per punto le infamie del prete traditore ed omicida. Innocente ella era, e gli uomini le posero per lapide al suo sepolcro una sentenza di morte.