— Sì; innanzi tratto io mi sento così stracco, così rifinito di forze, che, anco potendo, non vorrei continuare questo sazievole viaggio; ma il fatto sta che non posso; vedi! come quando porgendoti il portafogli, perduto l'equilibrio, ebbi a cascare nel lago, adesso mi trovo sbilanciato su l'orlo della vita. Considera i segni della notte che m'investe: di minuto in minuto il buio s'infittisce: il cielo mi si chiude sul capo ruggendo la tempesta: sotto le gambe mi si avvalla la terra: le mani a cui fidava agguantarmi o si ritirano, ovvero si allungano per respingermi. Il cane allevato in casa mi si avventa come se io fossi il ladro: anche ieri sperava poter combattere e vincere; adesso senza impugnare le armi mi confesso vinto, perchè le armi le quali mi dovevano difendere da un punto all'altro mi furono rivolte contro al petto. Il tradimento di Carpoforo mi ha tagliato i garretti. Tuttavia poniamo che io volessi pigliare a morsi il destino... qual profitto me ne viene? Io stesso con le mie proprie mani avrò spinto il padre di mia madre sotto la macina del fisco, perchè me lo stritoli anima e corpo. Non ti par questo parricidio? Non comprendi come sarebbe lo stesso che comprarmi l'eterno rimorso? E se il rimorso consentisse a darmi tregua, la gente non mi zufolerebbe perpetuamente dentro le orecchie: parricida! parricida! Non avrei squarciato la nuvola donde si sarebbe riversato un diluvio d'infamia sopra la madre, su tutta la famiglia vivente, sopra me, su i posteri? Non basta?

— Dimmi, Omobono, in Dio ci credi? L'anima credi immortale, ovvero morta col corpo?

— A me parve sempre presunzione di crani senza mandorla dimostrare la esistenza di Dio, come la non esistenza. I nostri sensi non bastano e lo intelletto è corto per siffatte dimostrazioni: io, per me, non credo nè discredo: il futuro mi si para davanti come la nicchia della immagine d'Iside coperta da una tenda nera; solo quando abbiamo varcato la soglia della vita, la morte tira la cortina; allora, e allora soltanto, sarà conosciuto se di là splenda la luce, oppure abbui la tenebra eterna. Oltre al sepolcro i sacerdoti augurano perpetua la luce e la quiete: a noi giovi trovarci l'una e l'altra; che se tanto non ci consentono i fati, la requie eterna mi basta.

— Io poi — favellò Amina — su questo proposito non ho ragionato mai, e creduto sempre, lasciandomi in balìa delle prime impressioni della infanzia: grande per me fu eccitamento al bene e freno al male il pensiero che, invisibile misurando i suoi ai passi miei, mi veniva allato un angiolo buono, il quale del mio lodevole operare esultava e del mio illaudabile si affliggeva. Sarà ch'io m'inganni, ma concetto proprio divino e fonte inestimabile di bene reputai la fede, che non solo le nostre azioni, ma i pensieri non pur nati ma per nascere sieno tutti dipinti nel cospetto eterno, allo scopo di conformarci in guisa che neanche la tentazione si affacci al nostro spirito, perchè s'è meritorio combattere la tentazione quando è sorta, credo più sano impedire che sorga. Dunque tu non ti avrai per male che io mi apparecchi alla morte con la confessione e la eucarestia.

— Ma, Amina, hai tu pensato che andando a confessarti tu palesi il tuo proponimento al confessore?

— Io confesserò i peccati commessi, ma quelli che sto per commettere non hanno bisogno di confessione.

— Dunque tu hai peccati sull'anima che ti preme cancellare per via dell'assoluzione?

— E chi non ha peccati? Non ne andarono esenti nè manco i santi. Che disse Gesù a cui gli domandava se avesse a perdonare sette volte? Tu perdonerai sette volte sette.

— Bisognava che Gesù pigliasse moglie, per vedere se sarebbe stato sempre del medesimo parere. Ma quali peccati puoi avere tu?

— Li ha da udire il sacerdote, non il marito; molto più che io potrei credere peccati certi atti, pensieri, omissioni che poi non fossero: sta al confessore definirli.