— Ma che tu sii cristiano non è ben sicuro, gioia mia; onde, per levare ogni dubbio di mezzo... ecco, ti ribattezzo; — e così favellando afferra in un attimo la caraffa dell'acqua e tutta glie la rovescia sul capo. Egeo, di rosso cremisi, diventò colore di fegato, e ciò per colpa della tinta dei capelli stemperata nell'acqua. Allora si levò un baccano di risa scompisciate, di convici e di salutazioni un po' diverse da quelle che le divote inviano a Maria piena di grazie; rizzaronsi, acciuffaronsi, si corsero dietro, con plebei colpi di mano si offesero.

Amina e il giovane Omobono, assorti nei loro amori, per un pezzo non si addarono dello infernale tramestìo: egli, col frequente premere col suo piede quello di Amina, le aveva nabissato lo stivaletto di raso turco, mentr'ella a furia di gomitate gli aveva infranto mezze le costole; così anche le colombe a colpi di ale castigano i protervi colombi appassionati: finalmente, travolti pur essi dal vortice, corsero via per sottrarsi al volgare tumulto, e volando di stanza in stanza ecco giunsero in un corridore buio. Il luogo, la occasione, lo strepito, il calore del cibo e della bevanda, con l'accompagnatura di un diluvio di circostanze attenuanti, come dicono i giudici giurati, diedero balìa al giovane di stringere a mezza vita Amina, tutta confusa, recarlasi al seno e stamparle un bacio sopra la faccia; ma ella gli guizzò dalle mani, lo saldò con una solenne ceffata e riprese la corsa; egli, punto sbigottito, dietro focosamente veloce da disgradarne Apollo quando perseguitò Dafne, e la potè riagguantare e imprimerle sopra le nude spalle un secondo bacio con tanto ardore da lasciarci il succhio.

Comecchè le spalle non abbiano denti, tuttavia Omobono si sentì frizzare da un umore acre entratogli in bocca; e ciò perchè al buio aveva strizzato con le labbra una certa tal quale pustola d'incerta origine, ma d'indole più che sicura...

Ditemi, avete voi mai visto nel porto di Genova l'alberatura dei navigli quivi raccolti quando imperversa il vento di Provenza? Tentennando a quel modo s'incamminarono al riposo i nostri personaggi: chi si buttò sopra e chi scivolò sotto il letto; alcuni mezzo spogliati, altri vestiti. Il Sonno allora, spalancate a due battenti le sue porte, quella di avorio e l'altra di corno, diede la via alla famiglia intiera dei sogni, affinchè andassero a taloccare a loro talento i nostri addormentati.

A Egeo, fra le altre cose strane, parve vedere un Amore, il quale, dopo avergli messo al naso il morso e la briglia, glielo inforcava di un tratto a modo di postiglione, spronandoglielo alla dirotta per ispingerglielo al galoppo: infatti la mattina se lo rinvenne tutto sanguinoso per esserlo stropicciato furiosamente quanto fu lunga la notte.

Omobono il vecchio vide addirittura il diavolo, e siccome erano conoscenze antiche, così lo pregò a dargli un colpo di mano, e il diavolo gli rispose: magari! e subito dopo gli portò con la forca un gran fascio di azionisti, il quale Omobono avendo messo nel trinciatoio, mentre per troppa bramosia lo trita senz'avvertenza, onde ruminarselo a suo agio, si porta via di netto una mano. Fuori di sè, dallo spasimo, mugola come un toro, intanto che il diavolo, postasi la mano tagliata al cappello, a mo' di penna, si allontana uccellandolo: «Bietolone! dovevi fare con meglio garbo».

Omobono il giovane allietò la visione di due farfalle di Casimira, che si rincorrevano volando di fiore in fiore, finchè incontrata una enorme bocca di lione, non potendo trattenere il volo impetuoso, vi traboccarono dentro; la bocca del lione si chiuse, ed esse vi rimasero imprigionate. Allora Omobono si accorse che la farfalla assomigliava all'Amina e il parpaglione a lui, e non gli increbbe.

All'Amina sembrò le si fosse posato in grembo, come il cigno a Leda, un magnifico fagiano dalle piume dorate, che ella senza ceremonie si mise subito a pelare; e pelava e pelava con un gusto che era un desio a vederlo; quando di un tratto, quasi le piume del fagiano si fossero convertite in aghi, sentì pungersi le dita; gittò un urlo, si destò e rinvenne che nel cacciarsi le mani dentro i capelli una forcina l'aveva trafitta. Per quietare la paura che le durava nel lago del cuore, rischiarata dal lume della lampada che ardeva dinanzi la immagine della purissima Vergine, sua santa avvocata, si mescè un bicchierino di liquore della Certosa (ah! quei benedetti frati dove mettono le mani fanno tutto bene), e dopo il primo un altro mezzo. Le parve essere rinata; recitò una avemmaria e si ripose a giacere, gustando le beatitudini del sonno dei giusti.

Se Amina si sognò di essere convertita in Leda, all'Elvira toccò sognarsi di essere mutata in Danae, e standosene a pancia all'aria esultava pel rovescio dei marenghi che le pareva le ci piovesse sopra: a romperle cotesta contentezza sopraggiunse un fischio come di macchina a vapore; declina lo sguardo, e mira un boa sterminato, che, postosele ai piedi, fa prova di risucchiarla, e pur troppo si sente attratta da lui tanto più agevolmente, che conosce giacersi sopra un piano inclinato: guardando meglio, conosce cotesto piano andare tutto composto di capi umani, criniti di capelli bianchi, neri, castagni, e biondi, ovvero zucconi: insomma un esercito: formavano questo esercito tutti coloro che ella tenne sotto la sua disciplina come amanti, e adesso in un batter d'occhio li passa in rassegna. Le parve tornare da morte a vita; due terzi erano cavalieri e nobil gente, dunque la difenderanno; e s'ingannò; veruno si mosse, o battè ciglio, o profferì parola; e poichè il boa sempre e più sempre la tirava a sè, ella, non sapendo in quale altro modo aiutarsi per impedire lo sdrucciolo che di minuto in minuto diventava ruina, prese ad agguantarsi ai peli ed anche alle barbe di cotesti capi.... invano! chè la fiera ecco la ghermisce per un piede, le inghiotte le gambe, le coscie; la stringe nei fianchi, la soffoca, non può più respirare. Mercè uno sforzo disperato le riuscì levarsi da giacere supina; allora riprese libero il circolare del sangue, ed ella si destò spaventata e mèzza di freddo sudore. Lume in camera non aveva; si gittò giù dal letto, accese la candela ed aperse una maniera di stipo, che si teneva a lato sopra una tavola da notte, pieno dentro di bocce di cristallo con varia ragione liquori: lo sogliono chiamare cantina; scelse la boccia dov'era scritto: Acquavite di Scio, nè stette a cercare il bicchierino per misurarne la quantità; se l'accostò alla bocca, e in una gozzata ne mandò giù più di un terzo; ripreso fiato, ribevve, e per questa volta ne fece sparire mezza; rotta agli spiriti ell'era, tuttavia parecchie lagrime le cascarono giù per le gote. Volle provarsi altresì a fumare un sigaro, ma le cascò subito dalla bocca; e la fortuna volle che, acceso male, si spegnesse quasi subito, altrimenti avrebbe dato fuoco alla stanza; ella ricascò sul letto dove si addormentò di botto.

Sdraiata dorme e russa come un orso.