— Rendimi il cibo di quella povera creatura.
Omobono, visto il balenare degli occhi della donna, la rigidità delle membra e il coltello che per caso l'era rimasto nelle mani, ebbe paura; feroce ad un punto e codardo come sempre accade tra i vili; quindi si affrettava a renderle tutto piagnucolando:
— Ed io con che mangio?
Isabella brandì il coltello, ed egli atterrito saltò giù sul pianerottolo, non tanto presto che Isabella gli potè levare il pane di sotto al braccio, e tagliatolo gliene porse mezzo dicendogli:
— Con questo voi non potete morire. Al tempo stesso, avendo ricuperata la minestra e gli erbaggi, aggiungeva: e se volete la minestra, aspettate che sia cotta.
— All'inferno te e la tua minestra; all'acquavite come ci rimedio? E così favellava, perchè costui aveva fatto assegnamento su mezzo pane e sul riso per rinvestirli in tanta acquavite.
Prego il lettore a riscontrare la osservazione che sovente ho fatto per mio uso, cioè che l'acquavite pei ribaldi tiene il luogo d'Ippocrene pei poeti: dalla prima i tristi cavano gli estri del delitto, imperciocchè anche ai perduti quel rompere la legge metta un zinzino di scrupolo, ed un zinzino più quelle di natura; dopo avere eccitato gli estri del delitto, fa da calmante al rimorso, il quale taluno morde come la vipera e tal altro come la zanzara, ma tutti morde.
Il dì veniente, inevitabile come il destino, si presentava Omobono, e lo avvertivano invano la sua figliuola giacersi inferma; che premeva a lui se la passione e lo stento l'avevano obbligata a starsene a letto. Volle passare ad ogni modo, e di su l'uscio della camera prese ad interrogare:
— E i quattrini?
— Non ce ne sono, rispose la inferma.