— E da mangiare?
— Neppure.
— Questo vedremo, e andò a sincerarsi rovistando ogni cosa in cucina ed i più riposti nascondigli di casa; allora tornò in camera alla figliuola, dove gli occorse a capo del letto la immagine della Madonna; era una copia di quella del Sassoferrato, che ha il mesero tirato giù su gli occhi e le mani bellissime in atto di preghiera, così leggiadramente soave a vedersi, che devoti e non devoti volentieri le fanno di berretta col saluto: Dio ti salvi Maria piena di grazie;[61] guardatala alquanto, Omobono favellò:
— Oh! che gingilla costei che non ti aiuta? E poichè ella o non può, o non vuole aiutare te, la sforzerò ben io ad aiutare me.
E staccatala dal muro la portò via, strillanti invano e reluttanti le donne. Omobono, nascostasi la tela sotto il palandrano, a scanso di scandali se ne andò difilato a venderla a Neftali rigattiere, il quale dopo un gran battagliare di parole gliela pagò due franchi; costava cinque volte più la cornice, e pure Neftali, comprata appena, se ne pentì; temè qualche mal tiro di Omobono; stava proprio su i pruni, onde prima di mezzogiorno si disfece di cotesta mercanzia pericolosa. L'acquistò per dodici (e l'ebreo, come di rubrica, giurò per vita sua che gliela dava a scapito) una generosa devota; cosa ordinaria a incontrarsi, imperciocchè queste due qualità accordino insieme come il suono e la voce. La generosa, tornata a casa, levò da capo del letto una vecchia immagine della beata Vergine, e ci sostituì la nuova; poi le accese il lume, — e questo parve ordinato, perchè la ci avesse a vedere; poco dopo ci tirò sopra una tendina, — e questo evidentemente perchè non ci avesse a vedere; contradizioni umane, che si svelano da per tutto, anche al capezzale del letto delle generose.
Volle ventura che la portinaia, non vedendo scendere per tutto il giorno la signora Isabella, dubitasse che si sentisse male, e si appose; salì, ed entrata in casa si accorse a un tratto della desolazione delle donne, onde si profferse amorosa di sovvenirle giusta la sua possibilità. Isabella, non respingendo il soccorso che Dio le mandava, levò di sotto al guanciale dov'ella posava il capo una bellissima trina, e la porse alla portinaia, pregandola gliela portasse a vendere a qualche signora; da ebrei rigattieri, per amore di Dio, no; del prezzo ricavato in prima pagasse il fornaio, che le aveva fatto credenza del pane; del rimanente — e questo le susurrò negli orecchi — provvedesse brodo e alimenti leggeri per ricreare la povera Eufrosina; quanto a sè non importava, ormai sentiva avere messo il piede sul cammino della morte, e niente allettarla a tornare indietro. — La portinaia non le rispose niente; solo col dito le accennò la giovane cieca; — come per dirle: fatevi coraggio per lei. La buona donna ebbe avvertenza a tutto. La Isabella, tostochè la vide uscita, si recò il vivagno del lenzuolo in bocca per reprimere i singhiozzi, e le lacrime le inondarono la faccia; — perchè ella pianse? Ah! le venne in mente che coteste trine orlarono l'accappatoio che coprì i suoi figli quando li inviava al battesimo. Tanto ormai del suo sangue non vestiranno più alcuno!
A notte affannosa succede giorno pieno di ansietà, imperciocchè le donne aspettassero da un punto all'altro la visita di Omobono col cuore del condannato che messo in cappella attende il carnefice che venga per lui; con maraviglia pari alla contentezza egli non comparve; ed ecco come andò la cosa. Che Omobono fosse quasi una spugna tenuta per tutta la sua vita in molle nella malignità lo sappiamo; ora, a cagione delle avversità e dell'acquavite, la sua malignità, per così dire, si era immalignita: si era fatto un orologio di cui i minuti, le mezze ore e le ore segnavano i dolori arrecati altrui; se gli bastava il coraggio, sarebbero stati delitti; si contentava seminare ceci per le scale, perchè taluno le ruzzolasse, o vetri per le strade, onde chi va scalzo si tagliasse; si dilettava introdurre sassolini nelle serrature, onde l'operaio la mattina perdesse tempo ad aprire la bottega, e spazientito bestemmiasse il santo nome di Dio. Soleva dire, che se le bestemmie fossero stati fiori, ne avrebbe colto tutti i giorni un mazzo per offerirlo a San Gaetano padre della divina provvidenza!
Ma a costui erano soprammodo odiosi i fanciulli; lo agitarsi di questo sciame strepitoso e irrequieto pei vari giochi della infanzia lo faceva arricciare peggio di un istrice che veda il cane; così non ci era dispetto che loro non facesse; se li sorprendeva a sollazzarsi alla buchetta, egli con le proprie mani la riempiva di terra; se alla settimana, ed egli ecco cancellarne i segni dei vari compartimenti co' piedi; era il flagello dei maschi e delle piastrelle, perchè quante gliene capitavano nelle mani tante scaraventava lontano; nella spagnoletta il meno che si potevano aspettare era vedersi con un calcio sparpagliati i soldi fitti per taglio in terra; onde i ragazzi, appena lo vedevano dalla lontana scantonare, gli urlavano dietro:
— O maligno! O vecchio maligno!
Egli allora, tutto indracato, volgendosi li minacciava col pugno, ed essi, quantunque per la tardità delle membra costui non li potesse rincorrere, pure spuleggiavano; ma indi a breve raggruppavansi più infesti di prima, e agli schiamazzi aggiungevano i fischi. Ora accadde che Omobono, per essersi la sera innanzi ubriacato di acquavite, si levasse tardi, e più scorrubbioso del solito; gli pareva gli tenessero un bottone di ferro infuocato su lo stomaco; aveva la bocca, per così dire, motosa: camminava per le vie svagolato e brontolando vanità maligne; fortuna volle che gli venisse fatto di passare per certa via, dove parecchi giovanetti giocavano alla palla, e come avviene rimase bollato; costui schizzò veleno, ghermì la palla, trasse fuori un coltellino, e sbuzzatala ne disperse il ripieno. Se i fanciulli si arrapinassero a vedersi sagrificare sotto gli occhi a quel modo l'amata palla, immaginatelo voi: per me giurerei che tanto non patì Agamennone per la figlia Ifigenia, lui presente svenata su l'ara di Diana.