Tuttavia il morbo procede a bandiera spiegata: adesso tutto il suo corpo si cuopre di eruzioni purulenti, massime negli occhi e nelle membra riposte; il sangue dà volta come il vino sotto la sferza del sollione; la sifilide si avventa alla gola, e quinci e dal naso emana in copia una materia viscosa di formidabile fetore più tristo di quello dell'ozena. Ora l'uno, ora l'altro occhio, e sovente ambedue le s'infiammavano nelle iridi, nelle orbite e nei globi, per cui la luce la punge e il buio non la solleva; molto più che le pupille appannate e contratte del morto le stanno attaccate alle palpebre quasi bocca di amante s'incolla alla bocca dell'amante.
Veramente non ci era mestieri occhio medico per conoscere che la morte veniva avanti a gran giornate; tuttavia occhio di confessore in simili faccende non teme confronti; e poi i segni della prossima fine concorrevano tutti; prima di ogni altra cosa la quantità dei medici; il continuo contendere di parole, e talvolta d'ingiurie fra di loro, senza che alcuno sapesse che pesci pigliare; in fine il flagello dei medicamenti; comode da notte, tavole, tavolini, canterani, inginocchiatoio ingombri di bocce lunghe, piccole, mezzane, di ogni dimensione, insomma tante che più non possiedono canne gli organi della chiesa dei Cavalieri di Pisa e della cattedrale di Siviglia; il mercurio faceva pomposa mostra di sè, sotto tutte le forme e con tutti i colori; qui avanzi di pillole di etiope, ovvero ossido mercuriale nero, colà reliquie di deutossido rosso, più oltre di calomelano bianco, e non mancava lo ioduro giallo. Le preparazioni metalliche furono tentate tutte, e invano; il platino o l'argento, e soprammodo l'oro in pillole, ovvero mercè frizioni sopra la lingua; i medici, disperati, si erano spinti fino ad amministrarle bevande di sublimato corrosivo, rimedio giudicato eroico per modo, che a ragione può dirsi l'Achille della morte. Anche il dottor Tenca con la caterva dei suoi medicinali ci rimase sbancato. Allora non parve al prete tempo di starsi con le mani a cintola: quindi, avvertiti i servi che andava a confessare per l'ultima volta la signora, epperò non entrasse persona, nè anco il marito, aperse con fracasso l'uscio, si pose di faccia alla morente con sembianza minacciosa; dopo parecchi istanti con tali parole l'assale:
— Donna, la morte ti batte alla porta di casa; peccatrice, io non voglio avere su l'anima la perdizione della tua anima. Io ti leggo nel cuore; tu non hai confessato tutti i tuoi peccati; fin qui le tue confessioni furono tanti sacrilegi. Tu hai dubitato della misericordia di Dio, e Dio vendicandosi ti nega la sua misericordia; perchè io vo' che tu sappia, maggiore ingiuria non potersi fare a Dio, che mettere in dubbio la sua bontà. Tu certo non leggesti nei libri di santa madre Chiesa, bensì unicamente libri profani, e pure, se tu avessi voluto, avresti eziandio da questi raccolto insegnamenti salutari per l'anima tua, come appunto Sansone levò il miele dalla gola della bestia feroce: e forti dulcedo; l'esempio dell'ira del Signore che leggesti nella Ildegonda di Tommaso Grossi è vero, vero come il Vangelo, vera la mano lunga lunga, nera nera, che calava giù dal cielo del letto, e buttati via dal guanciale il crocifisso, dai piedi la stola, e abbrancato l'infermo alla strozza, lo strangolava; veri i demoni saltati sul letto a graffiargli il crisma dalla fronte; vero il doloroso trasporto dell'anima alle fiamme dell'inferno su le spalle ai demoni; preci non valsero, non assoluzione di sacerdoti, Renzo Brancaleone di San Vittore andò dannato nel fuoco penace, dove sono rabbia, disperazione e stridore di denti, per avere taciuto in confessione un solo peccato. Dunque confessa il tuo, approfittati di questo istante che ti concede Dio nella sua infinita bontà; non ci è tempo da perdere, scegli tra Dio e il diavolo, tra l'inferno e il paradiso.
La donna infelicissima, presa così a soqquadro mentre il suo spirito errava sul confine ultimo della vita e sentiva ventarsi in faccia il soffio ghiacciato della morte, fu invasa da ineffabile terrore; tutte le piaghe del corpo le si riapersero e pianse lacrime di sangue — proprio di sangue spremuto dalle ulcere che aveva intorno agli occhi; tremola più che foglia di autunno in procinto di staccarsi dall'albero, con voce rantolosa svelò al confessore l'atroce insidia tesa ai danni dell'infelice Omobono; e giunte le mani, con gli occhi levati al cielo, stette come persona che attenda il colpo di grazia; ma con sua maraviglia somma, non meno che con sollievo, la voce del prete, lasciato di un tratto il suono del serpentone, assunse quello soavissimo del plauso, e le diceva: Dio stendere così larghe le braccia da ricoverare bene altre colpe che non erano le sue, a patto però ch'ella con attrizione e contrizione dei peccati commessi si pentisse e con fermo proposito deliberasse di non commetterne più (e qui il prete si prendeva evidentemente gioco della moribonda). Tuttavolta, il sacerdote proseguiva, il pentimento solo non bastava alla espiazione delle colpe; occorreva lo accompagnassero i suffragi, i quali non solo avrebbe dovuto ordinare per l'anima sua, ma troppo più per quella del tradito defunto; la quale uscita, sua mercè, da questo mondo senza sacramenti per colpa sua, andò perduta... forse; chè un solo sospiro di contrizione basta a placare l'ira di Dio; e vuolsi credere che questo sospiro gli sia uscito dal cuore; ma quanti secoli di purgatorio prima di purificarsi! Nè manco lo scritturale del debito pubblico saprebbe scrivere tanti numeri. Dunque presto si ponesse mano a fare un bel testamento di ogni sua sostanza in pro della pia casa di ***, con l'obbligo della celebrazione quotidiana di messe, e uffici altri divini in capo ad ogni mese e ad ogni anno. La donna rispose: magari! ma temere assai poterlo fare con efficacia a causa del contratto di donazione scambievole celebrato col suo marito Egeo.
A questa inopinata notizia il nostro prete fece greppo come fanciullo a cui il gatto abbia sgraffiato una mano, pure, avvezzo ai colpi di vento, non si diede per vinto e chiese del contratto, e Amina, che lo teneva sotto il guanciale, potè porgerglielo senza indugio; il prete, presolo, volto alla inferma soggiungeva: — si desse coraggio; non disperato il suo stato affatto, e ci volesse per sanarla anco il miracolo, pensasse che come non sarebbe il primo, così non si avrebbe a giudicare l'ultimo operato per intercessione della beata Vergine e dei suoi santi avvocati in paradiso. Amen. Verso sera tornerebbe a visitarla, intanto trattenesse il pensiero in pie meditazioni.
Impaziente poi di uscire per la ragione che sto per esporre, e non rimanere soffocato dal fetore iniquo, irruppe con passi frettolosi fino alla porta, ma qui risensando tornò a comporsi, piegò il collo, atteggiò il volto a compunzione e aperse l'uscio. I servi, quale turandosi il naso e quale tenendoci sotto ampolline e fazzoletti intrisi in acque odorose, gli mossero incontro per domandargli: Come va? Come sta?
Ed egli:
— Ahimè! Laborat in extremis, orate pro ea, orate fratres; stasera verrò ad amministrarle la estrema unzione, perchè quanto alla eucaristia non ci è da pensarci nemmeno.
E se ne andò: se ne andò per recarsi a saetta volante dall'avvocato meglio tenuto in pregio della compagnia di Gesù; il nostro lettore già deve essersi accorto come il curato, quantunque non fosse ascritto de jure alla prelodata compagnia, pure le fosse addetto: e il mondo va pieno più che non si crede, anzi dirò di avanzo, più che non si ha la codardia di confessare, di satellizio siffatto; di satelliti di gesuiti vanno ingombri il parlamento, i consigli provinciali e municipali; nelle scuole non mancano e nella curia; e, duro a significarsi, non mancano in casa, e tu, che leggi, forse ti trovi del gesuita in corpo più che non pensi, imperciocchè tu mangi del gesuita impastato nel pane, lo bevi confuso nel vino, lo respiri nell'aria: per me propongo addirittura eleggere re d'Italia il padre Becker gesuita, dopo Vittorio Emanuele s'intende, e semprechè il principe Umberto se ne contenti, dacchè non vorrei mi apponessero l'accusa di sovvertire l'ordinamento presente delle cose e la monarchia della Casa di Savoia.
Questo reverendissimo avvocato meriterebbe essere descritto per la sua persona, costumi e modi suoi, con il suo studio altresì ed i suoi commessi; ora mi menerebbe troppo in lungo; lo farò un'altra volta. Il confessore pertanto, succinto e preciso, gli espose il suo bisogno: considerasse se per via di testamento potesse buttarsi all'aria il contratto di donazione che gli porgeva; se sì, ammannisse tutto, testamento, notaio e testimoni; tornerebbe poco prima delle ventiquattro, e partì. L'avvocato senza indugio si mette all'opera, legge, rilegge, torna a leggere; spezza frasi e periodi, li riconnette, li confronta nell'insieme, li esamina separatamente, leggi consulta e commentatori; entra e giravolta nel laberinto — non mica quello di Creta, bensì l'altro della giurisprudenza, in mezzo al quale s'incontra, non il minotauro, che per quello si sente dire fu mezzo uomo e mezzo bestia, bensì una bestia intera. Tanto cotesto contratto, tutto bene considerato, gli parve avere ad essere messo in terzo co' nodi di Salomone e gordiano.