— Ah! siete voi, signor Egeo, proprio voi che volete si strugga nel fuoco penace il meschino di cui gli occhi appannati dalla morte stavano perpetuamente innanzi alla vostra defunta? Voi che esponete agli ultimi oltraggi un sacerdote di Dio?

— Ma io... rispose Egeo esitando. E il prete mascagno chiappa la mosca a volo e rincara la posta...

— Or bene, io vi ammonisco, e riponetelo bene nella mente, che non passerà l'anno che voi vi raccomanderete a mani giunte perchè accetti e porti all'altare di Dio la offerta che gli contrastate adesso: prima che scada un anno vi cito a comparire innanzi la Corte di assise del paradiso, per rendervi ragione del vostro iniquo operato...

— O a me non tocca? domanda il questore.

— Di voi e dei pari vostri non si occupa Dio... nè il diavolo; oggi m'insolentite per ordine del padrone; domani, se il padrone ve lo comanda, mi bacerete le mani; voi non avete diritto all'odio altrui; qualcheduno, per mera generosità, potrà disprezzarvi. Adesso, signor Egeo, fatemi frugare come un borsaiolo.

Egeo, per coteste parole, sentì smuoversi dentro; lo prese il tremitò e balbettando pregò l'amico questore lasciasse andare in pace il curato: anzi stette in forse di pregarlo a ripigliarsi la roba che affermava avergli dato l'Amina, ma non ebbe il tempo, perchè il curato, tiratosi il mantello su gli occhi, appena n'ebbe agio, come uno spettro, sparì.

— Ouf! sospirò egli a petto dilatato, appena si fu chiuso nella camera della sua canonica, sono stato a un pelo di passare per occhio; tamen, anche per questa volta san Pietro non ha calato la rete in mare invano; e tratti fuori della tasca dell'abitino della Madonna del Rosario i biglietti di banca, li ripose in compagnia degli altri con arti non migliori acquistati.

Singolare poi fu quest'altro, che Egeo, quantunque non fosse Filippo e molto meno il Bello, pure per lui il curato fu Giacomo Molay, e la citazione di lui per comparire innanzi che finisse l'anno al tribunale prese a trottargli pel capo; la sua fantasia si accese pensandoci su; all'ultimo la sua salute ne rimase alterata: muscoli, nervi, ossa e le altre parti del suo corpo, come creditori arrabbiati dello attendere lungo, si presentano a un tratto per farsi pagare i vecchi conti, si voltavano al vizio onde li sollevasse dalle sequele dello abuso ch'ei ne aveva fatto: aggiungi che nei casti amplessi maritali egli aveva non già sorbito, ma tracannato il veleno sifilitico; e se più breve fu in lui la infermità che sfilaccicò la vita della sua moglie, non per questo ci la provava meno spasimosa: appena ne sentì i morsi, mandava pel curato, il quale venne sì, ma con un viso che pareva Longino. Tosto egli prese a gettargli nell'anima tali e tanti terrori da fare rizzare i capelli, non che ad altri, al Biancone di Piazza; per un pezzo continuò il tristo gioco del gatto col topo con lui, finchè un bel giorno, ficcategli le granfie in corpo, lo costrinse a lasciargli con amplissimo testamento quanto si trovava a possedere, il quale si giudicò oltre il valsente dei quattrocentomila franchi senza vincolo di sorta alcuna, comecchè corresse fra loro la condizione tacita che la eredità si avesse a dividere in tre parti eguali, di cui una avesse a servire pel suffragio dell'anima sua, l'altra per quella di Amina, finalmente la terza pel povero innocente tradito da tutti, e per giunta morto senza sacramenti. Anzi negli ultimi giorni della sua vita provava consolazione grandissima a contare col curato quante messe, quanti uffizi e quante esposizioni del venerabile sarebbero toccate per anima; non rifiniva mai di raccomandare al curato, badasse bene che la ripartizione si facesse giusta; ogni avanzo si applicasse sempre all'anima del povero innocente. Ricordare Omobono non si attentava; solo, in extremis ebbe il coraggio di susurrarne il nome nell'orecchio al prete.

— E soprattutto, egli disse, vi raccomando Omobono, anche prima di me.

Le quali parole fornirono argomento al prete, ogni volta in seguito gli veniva fatto favellare di lui, di uscir fuori con questa scappata: