O Egeo che pensò? Io l'ho già detto, simile alla marionetta attaccata a un chiodo, in sembianza faceva il morto, ma in segreto almanaccava a quale nuovo Santo avesse a votarsi; appena sentì tirarsi pel filo del capo, voltò su la faccia, e vista che era la mano del Seigatti, che maneggiava il filo, diede in un salto, fece un trillo ed esclamò:
— Commissione cinque per cento, ed uno di senseria, mi vi professo vostro per di dentro e per di fuori:
Sarò quel che più vuoi, ancella o sposa.
E questo tanto più sinceramente egli diceva, in quanto che dugento mila lire di biglietti aveva di già sgraffignato ad Omobono. Certo di potestà diventava sbirro, ma gran parte di prudenza umana sta nello spiegare le vele secondo i venti; così almeno predicano i diplomatici.
Ciò che fa in primavera l'amore nelle vipere, l'interesse opera fra i banchieri; per amore e per interessi ambedue s'ingrovigliano a gomitolo, sicchè riesce più facile schiacciare entrambi ad un tratto: piglia un sasso e buttalo giù sul viperaio, e tu vedrai di qua schizzare capi tronchi, che dardeggiano lingue biforcute, di là code che furiosamente s'inanellano, e si raddrizzano, finchè, scemando adagio adagio cotesta agonia di rabbia, cessino affatto; così accadde dei consorti di Omobono e di lui.
Probo ed i compari suoi subito posero mano a colorire i concerti iniziati; egli convertì i vincoli in catene e le ribadì ai piedi, alle mani e al collo dei suoi fautori; le varie specie delle corruzioni ei praticò tutte; però bisogna dire che, tentato il terreno con la punta della pala, se non si rimaneva, ci sprofondava anche il manico; con alcuni ci vollero biglietti fiammanti (i danari sonanti e ballanti non costumano più), con altri bastarono promesse. Le arti della corruzione sono vecchie, le inventarono i preti e le insegnò la Chiesa: Geezia e Simonia; e questa mercè munus a manu et munus ab officio. Nobilmente plebei, quanti in cotesta assemblea andavano per la maggiore corsero al corno che li chiamava alla pastura. Probo Seigatti, col sacco delle ghiande sotto il braccio, fu Circe per loro; molti vinse la cupidità, ma troppi più il bisogno di calafatare la barca della domestica economia, sdrucita così, che le trombe non bastavano a cavarne l'acqua. Chi si accaparrò la carica di preside, chi fu consigliere, direttore e vice-direttore, chi ebbe a contentarsi dell'ufficio di consulente, avvocato o procuratore: insomma una fiera. L'Anussi, da quello ebreo sparvierato che era, volle cartelle per far quattrini subito; costui professava, più che devozione, fanatismo per la massima antica: meglio un uccello in mano che dieci in frasca. Scelto segretario della Commissione, egli compose un'ode pindarica in numeri arabici invece di versi. I giornali, ognuno secondo la sua specie, presero a stridere, a gracidare, a cantare, o con altre diverse voci a far sentire peani, ed epinici, sicchè per tutto cotesto anno rane, cicale, grilli, con altre parecchie bestie, sbalorditi, non si fecero più udire. Tutto cedeva, se mai ci era pericolo, stava nel troppo abbrivo; la cosa andò giù di schianto; ministri e deputati destri, sinistri e ventrigli, votarono a gara. Ho sentito dire che taluno, nell'estro del suo entusiasmo, mettesse nell'urna fino a tre pallottole nere. Probo Seigatti, con immensa maggiorità di fave, era bandito imprenditore della proposta ferrovia: e la scattò di un pelo che non fosse proclamato padre della patria.
Ahimè!
Cosa bella e mortal passa e non dura.
Ho narrato la fine dei consorti briganti con Omobono, ma gli uomini cattivi come i serpenti velenosi non cessano mica per morte di travagliare il prossimo, e prova ne sia lo stivale del fittaiolo di Pensilvania, dove rimase fitto un dente di serpente a sonagli; oltre al padre, costò la vita a due figliuoli, i quali uno dopo l'altro calzatolo, n'ebbero scorticata la gamba, e quindi dopo breve ora morirono avvelenati. Omobono e il suo satellizio si posero il pensiero della vendetta come una corona di spine sul capo; sparsero da per tutto voci di corruzioni, e non dicevano in questa parte calunnia; di mance date; salari pattuiti; voti compri come polli al mercato; ma soli non facevano frutto, o poco; di corto ci si aggiunsero intorno tutti quelli che, abbindolati dal Seigatti, non ebbero nulla, e gli altri i quali, delusi, ebbero poco. Di fatti Probo, finita la festa, aveva levato l'alloro; di umile che fu, ora lo provavano insopportabilmente arrogante: dapprima si mostrava lungo e disteso come lo spinoso bagnato dall'acqua calda, ed ora si raggruppava di minuto in minuto come cotesto animale, se ascolti latrarsi vicino il cane; e non aveva torto, perchè diversamente la sterminata famiglia delle fameliche formiche lo avrebbe ridotto pulito più di un Cristo di avorio. I giornalisti, il dì che si trovarono davanti la greppia vuota, presero a punzecchiare ustolando per nuova profenda. La invidia andava attorno affannosa co' mantici, accendendo il fuoco dove non ci era, e attizzandolo dove già era acceso, sicchè la voce si moltiplicò in voci, le voci diventarono schiamazzi, e salirono su allagando le aule della Camera, della Reggia, del Senato, dei Consigli e dei Tribunali. La marea del popolo, quando dice davvero, vince in furore quella dell'Oceano, e Probo ed i compari suoi, che da prima se ne ridevano, da un punto all'altro presero a battere i denti per la paura.
L'Anussi non si pigliava suggezione di palesare spiattellatamente: gli è vero, e chi lo nega: l'amico Probo mi pagò un milione in premio delle mie fatiche, ma un milione di carta, bene inteso, sul quale, per ridurlo in oro, io scapitai due quinti; dunque, alla fine del salmo, mi entrarono in tasca circa seicentomila lire. O che vi par troppo? Le notti vegliate, i giorni travagliosi, gli studi, le fatiche, i pericoli gli avete fatti e gli avete sofferti voi? E poi ho io forse trappolato il Parlamento? Non gli ho esposto il vero? Non mi adoperai per la buona causa? Perchè vi lamentate di gamba sana? Ah! voi pretendereste miglior pan che di grano? Badate che all'ultimo non vi abbiate a contentare di pane di vecce.