— Sì, gli rispondevano, ma purchè tu ci trovassi il tuo utile non ti saresti condotto in altro modo quando tu avessi avuto a fare nello erario uno sdrucio da misurarsi col metro.
— Sabato non è, e la borsa non ci è, rispondeva procace l'Anussi; intanto godetevi il bene ch'io vi ho fatto, e non mi rompete più il capo.
Quando poi vide che il cielo si chiudeva minaccioso dintorno, non istette ad aspettare lampo nè tuono, bensì messo ogni suo valsente in moneta, levò le tende e si ridusse in più sicuro porto. Sul partirsi d'Italia non esclamò come Scipione: ingrata patria non avrai le mie ossa, imperciocchè gli ebrei non conoscano patria, e delle sue ossa non avrieno saputo che farsene, nè anco manichi da coltello; — e neppure furono viste seguitarlo fremendo le virtù prische del latino impero; bensì, scodinzolando di qua e di là da vero nabisso,[16] non rifiniva dal dire:
— O sapete com'è? Chi l'ha a mangiare la lavi, e chi l'ha da friggere la infarini.
Probo anch'egli per un pezzo si raffidò nella utilità che in fine di conto aveva procurato al paese. Se da altre parti avesse scorticato, o scorticasse adesso, questa era faccenda da definirsi fra gli scorticati e lui; certo scorticatore egli, scorticati i soci; ma costoro non erano mica tanti santi Bartolommei; la pugna era fra pirata e corsaro; e tal guaina qual coltello. A chi lo aveva aiutato davvero egli aveva largito o poco o assai la mancia, perchè ogni fatica merita premio, e così facendo aveva soddisfatto alla legge divina ed alla umana: alla divina, dacchè il Vangelo comanda: pagate la mercede all'operaio; alla umana, ordinando il codice che si retribuisca al prosseneta la sua senseria, e non distingue tra sensali baroni o non baroni, deputati o non deputati: ora sta' a vedere che andando a braccetto con le due leggi divine ed umana si abbia a mettere capo alla galera. I beveraggi profusi da me mi devono procurare favore e reputazione di generoso, non biasimo. E quando mai in ciò fosse stata colpa, ma che dico io colpa? ombra, velo, fumo di cosa menochè retta, la quale valesse ad appannare la squisitezza del senso morale, come mai marchesi, conti, baroni, gentiluomini tutti di cartello, antichi ministri, deputati che vanno per la maggiore li avrebbero ingorgiati a gola di acciaio? Alla più trista, questi dovranno per necessità essere i miei giudici; o staremo un po' a vedere, se basterà loro l'animo di condannarmi pel boccone ch'essi masticano sempre! Puta il caso ci fosse colpa, non vi potrebbe essere giudizio, perchè i giudici per la massima parte sono miei complici. Qui la è chiara come l'ambra: dubbio non ci può cascare; vorrei vedere anche questa!
E se accadeva che simili fantasie venissero a frullargli nella testa quando stava in letto, si tirava giù il berretto da notte fino su gli occhi e si addormentava nella pace ineffabil del Signore.
Così Probo argomentava fondandosi sul dettato: cane non mangia cane; e sbagliò, però che dovesse all'opposto pigliare per regola di condotta l'altra sentenza, che i lupi danno addosso al lupo ferito e lo divorano. Quindi un bel dì si trovò accusato e tradotto alla presenza dei suoi complici trasformati in giudici. La natura, la quale diede pure ardimento allo scorpione e l'ira al verme, non corteseggiò niente di tutto questo con Probo: respinse da sè come una tentazione del demonio la idea di acciuffare taluno di cotesta nobile ciurma e rotolarlo giù nel rigagnolo a voltolarsi con lui; fermo nella sua ghiacciata abiezione, quanto più lo trafiggevano, ei rifaceva il conto su le dita dell'utile e del danno di rompere paglia con loro: «quando li avrò travolti nella polvere, forse ritornerò io sopra l'altare? Bisogna avvertire bene a questo, che se essi mi si mostrano in apparenza avversi, nol fanno mica per odio di me, bensì per amore di loro, e per bisogno di provvedere alla propria salute: adesso li sperimento serpi; se li irrito li proverò aspidi.»
Gli onorevoli furfanti, voleva dire giudici del Seigatti, altro non facevano che sbottonare contro le arti improbissime dei corruttori; ed anco, per non parere, non risparmiavano i corrotti; però su questi non si aggravavano co' gomiti. «Che cosa è mai, dicevano essi, questo civile consorzio senza la buona morale? La stessa libertà fra gente fradicia dal mal costume diventa peste.»
Che Dio mi aiuti, parevano muli di condotta, i quali, essendosi affibbiata sotto il collo una sonagliera, ad ogni moto più leggero della persona tintinnassero alla dirotta: probità! probità! probità! Caso mai Socrate li avesse uditi innanzi di morire, ci si sarebbe confessato; e non che altri Cristo, se ci si fosse rinvenuto in mezzo, si saria picchiato il petto recitando il Confiteor.
Uno, che a giudicarne dall'arroganza sembrava dei maggiorenti fra loro, somigliante come due gocciole di acqua al geroglifico egiziano dell'uomo col capo di sparviere,[17] colore di stovigli, dagli ugnoli uncinati, cui egli celava con solertissima cura sotto guanti neri, prese a squittire con voce di cagna infreddata: