A piè dell'uscio li aspettava una carrozza, dove il giudice con perfetta compitezza invitò Sotero a salire, dopo entrarono i due giandarmi, ultimo il giudice.

— E adesso in prigione! esclamò Sotero appena adagiatosi in carrozza; ma il giudice, che si sentiva addosso lo sgomento per la singolare baldanza dell'arrestato, subito di ripicchio:

— Ma noe... ma noe... semplice arresto, non equivochiamo.

— Eh! tra carcerato in arresto e arrestato in carcere mi pare non ci possa cadere equivoco. Ma ciò non monta: stanotte a V. S. non garberà interrogarmi, perchè vedo che casca dal sonno, ed io non canzono; dunque dormiamo; domani a quale ora V. S. giudica essere in comodo d'interrogarmi?

— Secondo i casi... perchè, capisce... noi altri...

— Non ci è casi che tengano, ho bisogno saperlo per assestare gravi interessi. Se ella vorrà di tanto essermi cortese, io le prometto cucirmi la bocca sopra le irregolarità della perquisizione e dello arresto, dove posso trovare materia da farlo cacciare dieci volte almeno dallo impiego...

— Oh! che dice mai? esclamò il giudice atterrito; e Sotero rincalzando:

— Dunque, cortesia per cortesia.

— Ebbene, tra le dieci e le undici le garberebbe?

— Sia come vuole, la prigione è fatta apposta per aspettare, ed io non ho fretta...