— Siamo intesi, tra le dieci e le undici?
— Sì, signore.
Se l'arrestato non era, al malcapitato giudice non riesciva assicurare la sua presa in prigione, imperciocchè il direttore delle carceri si rifiutasse ricisamente a riceverlo, non gli parendo che la cosa procedesse in regola; per levare il vino dal fiasco intervenne Sotero, il quale assicurò il direttore non sospettasse di guai; egli stesso pregarlo a dargli ospitalità per cotesto scorcio di notte, perchè il suo ritorno in cotesta ora a casa avrebbe dato disturbo, ed egli non reggersi in piedi.
— Come così è, rimanga servito — e lo condusse in una celletta bella e apparecchiata, perchè i direttori delle carceri usino tenere allestite le prigioni come i becchini le fosse; tanto da un punto all'altro non può mancare chi le riempia. Fu calcolato che delle creature umane ne muoia per tutto il mondo una per minuto secondo, vorrei sapere a ragguaglio di tempo quante ne vadano in prigione.
La mattina di poi Sotero, prima delle sette, fece chiamare il direttore, e coll'aria spigliata di persona usa di favellare con sottoposti gli disse:
— Signor direttore, voglia avere la compiacenza di procurarmi quanto occorre per iscrivere una lettera.
Ebbe il necessario: scrisse la lettera, la sigillò e poi sporgendola al direttore incominciava:
— Ella farà in guisa... — Ma il direttore interrompendo rispose:
— Io non posso acconsentire che di qui escano lettere senza il visto dei giudici istruttori...
— Anzi, Sotero prosegue senza neppure badarlo, mi occorre ch'ella si pigli il disturbo di portare da sè questa lettera e attenderne la risposta. Come V. S. può vedere, io la dirigo a S. E. il presidente del Consiglio dei ministri; lo troverà senz'altro nel suo palazzo, dove ella non indugi ad andare; prenda questa carta e la dia al servitore perchè la passi al signor presidente, e vedrà che non la faranno attendere.