Anche in cotesta occasione si trovò vero il proverbio che il mondo è fatto di cui se lo piglia; il direttore a sua posta rimase soggiogato, e sì che burbero uomo era, e se sopra di lui premeva una legione di uomini che lo costringevano ad obbedire, troppo maggiore egli ne calcava un'altra sotto di sè, che sforzava a obbedirgli: umilissimo si prestò ai comandi di Sotero, e tolta la lettera si affrettò portarla al suo destino: avendo per curiosità gettato lo sguardo su la cartolina, lesse scritto: da parte di, e poi stampato: Sotero B.; per la quale cosa strettosi nelle spalle, mulinava fra sè: o costui è pazzo, o qui l'oste ha sotto il gatto.
Di vero accadde al direttore giusto quello che gli aveva presagito Sotero.
Il giudice istruttore il giorno appresso, puntuale meno per la parola data che per la curiosità di vedere la fine della strana avventura, alle dieci e pochi minuti si presentava alle prigioni, dove il suo stupore crebbe trovando Sotero seduto davanti una mensa fornita alla grande, che faceva colazione, il quale, scorto appena il giudice, lo invitò gentilmente a tenergli compagnia, e siccome questi si scusava, egli insistendo diceva:
— Andiamo via, io la consiglio a fare buona provvista di forze, dacchè ella avrà a sostenere meco lunga battaglia e faticosa; intanto ordini al signor cancelliere di allestire carta, penne e calamaio, insomma tutto l'armamentario necessario alla operazione.
Il giudice non abbocca, sicchè Sotero continua sempre in tono dileggiatore, per la qual cosa il giudice stava fra due, se dovesse senza cerimonie astringerlo all'interrogatorio, ovvero pigliare la lepre col carro; giunto al caffè, Sotero, sempre gentile, ne profferiva una tazza al giudice aggiungendo:
— Oh! una tazza di caffè non si rifiuta mai: per lui si mantengono gli spiriti vivaci; dicono che i veneziani ne fanno grande uso appunto per non cascare addormentati nelle lagune; — e in così dire lo mesceva al giudice male repugnante.
Intanto il cancelliere, avendo compìto il debito suo, si baloccava con la penna fra le dita, impaziente come un barbero al canapo. Sul più bello, e mentre Sotero forbitosi la bocca diceva al giudice: — Eccomi da lei — entra nella stanza il direttore, e con atteggiamento del devoto, il quale riverisca il santissimo Sacramento, accostasi a Sotero, che con aria da protettore gli dice:
— Ben levato, direttore, che abbiamo di nuovo?
— Signore... signore... scusi... perchè io non vorrei mancare al rispetto dovuto a V. S... ella è cavaliere?
— Potrebbe darsi... ma non me ne rammento... ad ogni modo tiri innanzi, che cavaliere o no, non fa caso.