Sotero persuase facilmente il giudice a lasciarlo discorrere con Fabrizio prima di lui, che con quattro parole avrebbe dato recapito ad ogni cosa, risparmiandogli forse parecchie mortificazioni; per ciò, mentre se ne stavano dinanzi la porta del regio sostituto, Sotero, girata all'improvviso la maniglia, penetrò nella camera di Fabrizio senza che l'usciere lo annunziasse. Fabrizio, crucciato ad un punto e spaurito, afferra i braccioli della sedia e si leva su a scatto; senonchè Sotero gli si pone ridente a sedere di faccia, dicendogli:

— Non ti disturbare; rimanti assettato, che io vengo ad informarti di faccende meritevoli di tutta la tua attenzione. Nel cammino nel quale ti sei messo, caro Fabrizio, è mestieri maggiore cautela di quella che hai mostrato fin qui; altrimenti tu farai il viaggio dei gamberi. Tu hai mandato stanotte ad arrestarmi fustibus et gladiis, ed hai commesso tre solenni scappucci; non t'inquietare, stai attento, Fabrizio, e' sarà per tuo bene; primo scappuccio; d'ora in avanti, quando procederai ad arresti di persone prevenute del delitto che mulini apporre a me, bisogna tu gitti la rete in tondo e ne faccia tutta una giacchiata, altrimenti i colombi ti scapperanno...

— Sotero, io non sono qua...

— Ed io, Fabrizio, sono qua per istruirti; dunque stai zitto e attento; scappuccio secondo, tu mi hai fatto arrestare senza mandato: per questa volta non ci è danno, ma non ti ci avvezzare. Signore! abbiamo tanti mezzi di fare tutto quello che ci piace in buona regola, che la è proprio da collegiale spencolarsi senza pro. Nei paesi liberi come il nostro la illegalità tu t'hai a figurare che è un grimaldello, il quale ti apre le dieci e le venti serrature ma all'ultimo ne incontri una dove ce lo rompi dentro con tuo danno e discredito della magistratura. E tu a quest'ora avresti a sapere che le brutte e le bruttissime cose ai superiori piacciono a patto che tornino utili e non mettano il campo a rumore; ripeto, con me non ci è danno, ma tu non lo sapevi; però l'esito non discolpa la tua sconsideratezza. Terzo scappuccio: prima di arrestarmi hai tu cercato di conoscere ch'io sia, e se poteva io fare più male a te che tu a me, e se avrebbe giovato meglio al tuo assunto ch'io stessi in prigione, ovvero fossi libero?

— E in che tu puoi nuocere, in che giovare? Chi sei? Che sospetti?

— Io non sospetto; per debito di ufficio, a cui adempio troppo meglio che tu al tuo, io sono al giorno del processo che stai fabbricando, però aspettava da un punto all'altro di essere chiamato da te per metterci d'accordo...

— Debito di ufficio! Ma tu chi sei? Chi sei?

— Io sono, rispose Sotero con certa aria solenne, studiando inverniciare di onestà la sua ribalderia, io sono un fedelissimo suddito del re nostro signore e padrone; figlio di un padre che ha servito sempre con devozione i suoi sovrani, uno che fu allevato, beneficato e largamente favorito dai nostri principi, che Dio feliciti, in parte per compenso dei servizi resi dai suoi maggiori e in parte per incoraggiamento a renderne dei nuovi... quindi io, Fabrizio, posso vantarmi di avere fatto sempre il mio dovere; il soldato difende il sovrano dai nemici esterni; noi lo difendiamo dagl'interni... in apparenza diverso e col consenso dei superiori, in sostanza sempre lo stesso... non ho mutato mai... capisci; non ho mutato mai.

— E le carte che io ti consegnava! esclamò Fabrizio, picchiandosi forte della palma aperta la fronte.

— Io le consegnai religiosamente nelle mani del ministro dello interno; quelle che venivano da te egli ritenne; le altre, sempre di commissione superiore, affidai a quell'energumeno di Zaccaria Recanati, che la trincia da Giuda Maccabeo della repubblica, vuole annegare tutto il genere umano nel Mar Rosso; non gli basta il petrolio, invoca un diluvio di fuoco come a Gomorra, sicchè per le sue sgangheratezze è cascato in uggia anche ai compagni... a lui preme principalmente schiacciare la testa... non già perchè il più pericoloso, ma sì più chiassoso.