— Lasci, signor custode, lasci tutto sul tavolino, che mi sento ben altra voglia che quella di mangiare...
— Andiamo, via, la non si lasci arrugginire dalla malinconia; ha ella avvertito quanto le ha detto l'usciere? E sa, cotesta gente mangia la foglia per aria per sapere da che parte ha da tirare il vento.
— Vede, signor custode, se potesse... più del desinare avrei bisogno di un'altra cosa...
— Di che mai? Parli franco.
— Di un codice penale.... del regno sardo.... badi... 1859.
— Non so... non saprei... capisce... facciamo una cosa... ne parlerò col signor direttore...
— Scusi, signor custode, mi sembra, anzi so di certo che il direttore qui dentro non ci ha che fare; scusi una seconda volta, o in questo foglio non si citano a fine che io li conosca diversi articoli del codice penale? Ora, caro lei, se qui si citano questi articoli in numero, lei è per insegnarmi che io ho diritto di saperne la sostanza...
— E li cita davvero?
— Per la vita dei miei figliuoli, li cita, e poi guardi, si certifichi da sè.
Il custode cavò di tasca gli occhiali e li lesse (dacchè si ha da sapere che il custode fosse un vecchio dragone dell'antico regno d'Italia, prima ridotto a can mastino a nome della gloria, ed ora a can da pagliaio in nome della sicurezza pubblica). Dopo avere letto e ponderato, conchiuse: