— Parrebbe anche a me; eccolo servito; e trattosi il codice di tasca lo porse a Zaccaria.

— Come! questi esclamò, in tasca, caro lei, porta il codice?

— Tre cose ho portato sempre addosso: la medaglia di san Venanzio per liberarmi dalle cascate basse, il codice per preservarmi dalle cascate alte e la cabala del Chiaravalle, onore e gloria di Milano, da non temere confronto con sant'Ambrogio nè con san Carlo: se non mi fossi un po' istruito leggendo la cabala, sarei rimasto ignorante come quando abbandonai la vanga; ma, caro lei, così non troverà mai nulla... oh! non vede come le tremano le mani... lasci fare a me: ecco qua 143... se il condannato in contumacia...

— No, caro lei, 153.

E il custode, bagnandosi l'indice di saliva, sfoglia il libro mormorando: 147, 150... ecco 153, legga.

— Mi faccia questo piacere, legga lei... mi abbagliano gli occhi...

— Volentieri: l'attentato contro la sacra persona del re è punito come il parricidio. Misericordia! esclamò il custode, l'altro articolo leggeremo un'altra volta, e chiuso il libro, fece per andarsene; ma Zaccaria gli si avventò addosso come un gatto spaventato, gli strappò dalle mani il libro e corse in un batter d'occhio nell'angolo più lontano della prigione, dove trovato con mirabile prestezza l'articolo 513 lesse:

«I colpevoli dei crimini di parricidio, di venefizio, d'infanticidio e di assassinio sono puniti colla morte.

«Il condannato per parricidio sarà condotto al luogo del patibolo a piedi nudi e col capo coperto di un velo nero

Il povero Zaccaria lasciò cadersi di mano il libro, proruppe in ischianto ineffabile di dolore e sopra se stesso aggirandosi come paleo, battè sconciamente nel muro, e lunghesso quello strisciando il viso ci lasciò la pelle della guancia diritta; sul pavimento si ruppe il ciglio destro e il naso. Il custode, non potendo sopportare lo strazio dell'urlo disperato, si turò ambo le orecchie con le mani e fuggì via.