Ho detto, ed è vero, che per vincere Omobono Amina non adoperò blandizie, nè lacrime; però, più che tutto, a fermare la mente incerta di lui valse la risoluzione da lei palesata in modo assoluto di volerlo accompagnare dovunque ei si conducesse; considerarsi ormai sua moglie, e quindi per debito di religione e per affetto obbligata a seguitarne le fortune. Omobono, in adorazione davanti a lei, le baciava le mani e quasi benediceva la sventura che lo aveva colpito, come quella che gli rivelava tanta parte della divinità della sua donna: non era avvezzo udire amore a favellare così nobile linguaggio; gli parve essere diventato maggiore di sè; quasi si sentì crescere l'ale dopo le spalle; quasi credè abbracciato con lei volare su e giù per le sterminate volte dei cieli.

*

Il Nassoli si condusse la domane per tempo al banco di Omobono; lo rinvenne chiuso; tornò più tardi e con fortuna niente migliore; all'ultimo, verso le dieci, potè entrarvi; al porre il piè sopra la soglia gli parve un'aura di solitudine ventargli nella faccia, quantunque mirasse seduto al suo posto il commesso principale della casa, a cui volgendo il discorso domandò:

— Ben levato, signor Carpoforo, o che mi saprebbe dire dove si trova il signor Omobono?

— Partito.

— E per dove, di grazia?

— Non lo so.

— E torna?

— Non lo so.

— Diavolo! O che mi permetterebbe ch'io mi ponessi a lavorare intorno ai libri della sua ragione, come siamo andati d'accordo con lui?