Ogni sorta di maschera era ivi: ogni paese sembrava che fosse rappresentato dal suo costume particolare... Il vocio, il rumore, le chiacchiere, gl’intrighi, la musica, la danza, la varietà dei colori e delle fogge, la stranezza delle larve di cera; tutto ciò produceva un effetto singolare e dava il capogiro, la vertigine, l’ebbrezza.
Ugo parea sostenuto in vita dalla forza del piacere. La Valdelli non lo lasciava un solo istante, ella scambiava occhiate significative con Federico Lennois: Ugo Ferraretti era la vittima designata. Egli doveva morire sotto l’affanno di un valsero.
Un dominò nero, che aveva in testa un berretto di velluto con una larga penna scarlatta, era sempre dappresso alla coppia di Ugo e di Clorinda Valdelli. Questo dominò parea che non prendesse parte alcuna alle comune letizie: esso affissava costantemente quella coppia, e sembrava seguitar cogli occhi con perplessa ansietà i loro vorticosi movimenti nel valsero, o voler carpire le loro parole nelle contradanze.
Una volta questo dominò si avvicinò al Ferraretti, e, nel momento in cui la Valdelli era intenta a rispondere ad alcune maschere che le avevano presentato dei confetti e dei fiori, sottovoce gli mormorò nell’orecchio queste parole.
— Voi v’immergete in tutte le delizie del ballo; e la vostra Luigia piange pel crudele abbandono in cui la lasciaste.
Ugo fu scosso, si voltò subitamente; afferrò il braccio di quel dominò, ma questi giunse a distrigarsi, e disparve in mezzo alla folla.
Ugo rimase come colpito da un fulmine, ma fu strascinato al valsero dalla sua inesorabile compagna: era giunto il momento del più gran delirio. Quel dominò intanto non si lasciò più vedere.
Il valsero durò circa un terzo d’ora. Il colpo fatale era dato al misero giovinetto: egli si sentiva affogare, e più non potea respirare.
Verso le tre dopo la mezzanotte, la Valdelli menò Ugo Ferraretti in un salottino, dov’era imbandita una mensa con quattro posate.