Viva il rosso e Clorinda la bella;

Vada a monte ogni tristo pensier!

X. UN’ALTRA MASCHERA

Ugo Ferraretti, dopo il terribile accidente da cui fu colpito a casa Valdelli, era stato trasportato in casa sua più morto che vivo.

La Valdelli volea mandare un suo domestico per assistere lo sventurato giovine, ma Federico Lennois pregolla di astenersene, perciocchè egli avrebbe pensato a tutto ciò che era necessario pel disgraziato amico.

Nella mattina del lunedì Ugo parve più rimesso e tranquillo: qualche cosa di soavemente sereno era nelle sue sembianze; e l’anima sua era tutta staccata dalle mondane passioni, e rivolta al Cielo.

Egli non avea proferita nessuna parola; ma i suoi occhi eran fissi con amore sul perfido amico, il quale non lo aveva neppur per un momento abbandonato, temendo che alcuno entrasse nella camera dell’infermo e discoprisse l’esistenza del quadro. Federico era seduto alla sponda del letto di Ugo, e con ansia contava i momenti di quella vita, la cui fine egli aveva sì barbaramente affrettato.

Verso il mezzo giorno, Ugo fe’ segno al suo amico che se gli fosse più avvicinato, però che la sua voce era quasi perduta; accennò di voler bere, e, dopo di aver rinfrescate le sue labbra con un sorso di acqua, così parlò al Francese:

— Ferdinando... sta sera o... domani... io più non sarò...

— Speriamo, mio caro Ferraretti, interruppe il ribaldo con doppia significazione; una di conforto al moribondo e l’altra per sè medesimo.