Come prima si fe’ bruno nell’aria, cominciò a farsi udire indistintamente il rumor delle mascherate per le vie; il brighella, il dottore, l’arlecchino e il pulcinella francese andavano per le strade buffonando, e cantando, e dicendo lepidezze più o meno argute, e facendo tanta baldoria da parer demonii e peggio. A seconda che passavano per una strada, una folla di sfaccendati, di lerci, di monelli, di donne del popolo traevano dietro a loro, menando a tondo tutti quelli che incontravano, di tal maniera che qualche baruffa non mancava di rendere più vivace il divertimento.

Questa mascherata avea percorso rapidamente parecchie vie e stradelle e ronchi, fermandosi or qui or là, a tenore dello spasso che si promettea, quando un uomo di mezzo alla folla gridò:

— Alla Casa di Satana.

— Sì, sì, alla Casa di Satana.

E tutti accolsero con grandi urli e fischi questa proposta, e si diedero a correre, come il turbine mosso dal vento, verso la strada dove era quella casa.

— Che cosa è questo rumore? dimandò Ugo colpito dal gran frastuono che si facea sotto la sua abitazione.

— È una mascherata, rispose Lennois.

— Ah! una mascherata... mi ricordo... un festino, non è vero?... un banchetto... O mio Dio, mio Dio! il tuo perdono!...

Il rumore cresceva a dismisura, era un concerto di voci altissime, di canti spropositati e osceni, di grida stonate.

— Saliamo sulla casa maledetta, gridò un arlecchino.