Il martedì, ultimo giorno di Carnevale, era anche l’ultimo della vita dello sventurato giovine Ugo Ferraretti.
Federico Lennois non l’aveva abbandonato nella notte del lunedì... Vinto dalla stanchezza e dalle veglie, ei si era abbandonato sovra una scrinata poltrona, dove il sonno l’avea colto.
Quando si destò verso l’alba del martedì, Ugo aveva una insolita fiamma negli occhi.
Dio, Dio, ti ringrazio, mormorava più col pensiero che colle labbra, l’ho veduta, l’ho veduta! questa grazia mi è stata concessa! ora sì che muoio contento: niente altro ho a desiderare.
Federico non poteva udir queste parole che il moribondo pronunziava con voce sì debole da non colpir neanche i propri orecchi... Veggendolo muovere le labbra, il Francese suppose che quegli fosse preso dal delirio, e procurò di richiamargli le idee ad uno stato più naturale.
Ugo non parlò più; ma sulle sue sembianze era sparsa una soavità che di rado si osserva su i volti de’ vicini a trapassare.
Verso le vent’ora all’italiana, Ugo proferì distintamente questa parola;
— Un sacerdote.
Lo scellerato Federico finse di non averla intesa: il ribaldo temea che un ministero di Dio discoprisse il quadro, sia per proprie osservazioni, sia per la stessa rivelazione dell’infermo.
Ugo ripetè parecchie volte con ansia quella parola; ma Federico si mostrò distratto, occupato.