Pochissimo tempo dopo la nascita di quel bambinello, cui si era dato il nome di Federico Lennois, un gravissimo avvenimento arrecò sventura nel Castello d’Orbeil. Un arresto politico venne fulminato contro il Visconte: fu un prodigio la sua salvezza. Sotto un abile travestimento, egli era pervenuto a raggiungere la frontiera della Svizzera, per involarsi alla persecuzione del nuovo governo francese. Frattanto, il giorno dopo della fuga di lui, la Viscontessa, che era stata presa da spavento grandissimo per la vita del consorte, fu assalita da dolori di un parto prematuro, e, tra convulsioni che minacciarono di ucciderla, mise al mondo una creatura, alla quale fu imposto il nome di Augusto.

La Viscontessa rimase per oltre un mese in uno stato che fece temere pe’ suoi giorni. Il difficile e intempestivo parto avea necessitato la mano del chirurgo: la vita del figlioletto e della madre fu salva dall’abilità dell’uomo dell’arte.

Il bambinello, tratto a stento dal seno materno, non potea ricevere i primi succhi vitali dalla stessa genitrice, pericolosamente inferma; era mestieri d’una balia... Si sapeva al Castello d’Orbeil che la figliuola dello scardassiere, Zenaide, si era sgravata di fresco: fu però mandata a chiamare e invitata a nutrire il fanciulletto Augusto. Ella accettò subitamente la proposta, e il puttino le venne abbandonato tra le braccia. Ella sel menò seco alla sua dimora, dov’era eziandio il proprio figliuolo.

La prima parola che la Viscontessa pronunziò, dappoi che fu nello stato di esprimere i suoi pensieri, fu il desiderio di vedere il pargoletto suo figliuolo. Fu mandato a chiamar Zenaide col bambino; e costei, dopo un’ora, era con questo al castello d’Orbeil.

La madre si stemperò in baci e in lagrime di tenerezza sul bianco visino della creatura, su cui l’aria pura della campagna aveva operato salutari effetti. E poscia il fanciullo fu riconsegnato alla nutrice, che si affrettò di abbandonare il castello d’Orbeil. Si sarebbe detto che Zenaide avesse fretta di togliere il figlio dalle braccia della madre.

Quando la balia era tornata al Castello per presentare il bambino alla Viscontessa, lasciava leggere sul suo volto un’agitazione e come un sentimento di paura. Ma nissun badò a lei, e tanto meno la madre, che, abbandonandosi alla sua tenerezza inverso quell’angiolo di figlio, era tutta assorta nel piacere di abbracciare e baciare la carissima prole, la quale poco mancò non le avesse costato la vita.

Passò qualche anno — La Zenaide veniva di tempo in tempo al Castello d’Orbeil, e vi s’intrattenea per lo più parecchi giorni col fanciullo Augusto, il quale crescea bello e gentile come un amoretto. La Viscontessa non sapea saziarsi di accarezzarlo, di stringerselo al seno e covrirlo di baci, e largamente ricompensava le cure onde Zenaide circondava quella creaturina, prodigalizzandole, per così dire, gli affetti d’una madre.

E nel fatto, non potea dirsi che i testimonii di amore che la nutrice mostrava inverso il figliuolo del Visconte fossero dettati in lei dal desiderio di lusingare l’amorevolezza della madre e di cattivarsene le buone grazie, profondendo carezze e baci senza numero al piccol pargoletto; imperciocchè bisognava veder la Zenaide quando era sola nella sua abitazione co’ due bambini, di cui l’uno erale figlio e l’altro figliuol di latte.

Torceremmo volentieri i nostri sguardi dallo spettacolo che ci offriva quella donna snaturatissima, se non sentissimo il dovere di non trascurare alcuni fatti che saranno di non poca importanza per la nostra narrazione.

Zenaide viveva sola in una meschina casupola poco discosta dal sito ove scorgemmo il platano della mendica. Dopo che la sciagurata fu caduta ne’ lacci della seduzione del Baronetto Edmondo, la vecchia madre aveala maledetta, e, separatasi da lei, era ita ad abitare in quel tugurio, su cui il gran platano stendea l’ombra della sua vigorosa vegetazione. La buona donna era tutto il giorno occupata a lavorare in una delle fabbriche del castello per trarre innanzi la vita alla meglio.