Zenaide adunque vivea sola co’ due bambini, entrambi sì belli e gentili che i loro visini erano vere calamite di baci. Nati quasi ad un tempo, essi parevano perfetti gemelli, se non che il bambino Augusto avea la fibra più forte e valida del bambino Federico. Ma se poca differenza era tra loro in quanto alle naturali fattezze, grandissima differenza, una inconcepibile barbarie di donna, ponea tra le sorti di que’ due innocenti.
Oh noi non comprendiamo come si possa far del male ad un bambino! Fa d’uopo aver rinunziato alla natura di essere umano, per torturare l’innocenza e la grazia, congiunte alla debolezza e all’impotenza della difesa. Maledetti son da Dio i tiranni dell’infanzia: costoro piangeranno a lagrime amare nella loro vecchiezza, e non gusteranno giammai la dolce consolazione di sentire i loro bianchi capelli carezzati dalle vezzose manine di cari pargoli. Dio non concede la soavità di un’amorosa corrispondenza filiale se non a coloro che ebbero viscere di uomini per l’infanzia, e che le prepararono assistenza e piaceri.
Zenaide era tutto amore e sollecitudine pel figlio della Viscontessa, ed era tutto odio e tirannia pel proprio figlio! Con un’atrocità senza esempio, ella lasciava piangere per fame acutissima il piccolo Federico, giacente quasi nudo sul suolo smattonato e umido, mentre nutriva il piccolo Augusto, tenendoselo ben caldo avviluppato nelle proprie vestimenta. Qualche volta la scellerata spingea l’eccesso della crudeltà fino a torsi entrambi i bambini nelle braccia; e allora, dava a poppare al figliuolo di latte sotto gli occhi medesimi dell’affamato figlioletto, che colle manine cercava di strappare Augusto dal seno materno. E quando la perfida Zenaide si stancava di udire gli urli del bambino, lo scagliava lungi da sè sul terreno, dove il meschinello giacea per lunghe ore e finiva coll’addormentarsi con quel sorriso ineffabile che è l’amore degli angeli nel cielo.
L’aspetto di un bambino addormentato ha qualche cosa che accheta le tempestose passioni e parla all’animo un misterioso linguaggio di dolcezza e di carità. Quella certa velleità di dispotismo che è insita a ogni uomo si calma alla vista della più gran debolezza, e sottentra un sentimento di protezione e di aiuto. Il pensare che un bambino abbandonato per poco a sè stesso sarebbe l’essere più infelice e morrebbe per ignoranza de’ pericoli e per mancanza di soccorsi, debbe per necessità muover la pietà e l’affetto.
Ma la vista del suo Federico addormentato non facea che esasperare la ferocia di sua madre, la quale si sdegnava quasi di trovare nelle sembianze del fanciullino la serenità e l’obblio del dolore, congiunte al celeste candore della innocenza.
Una sola volta al giorno, la Zenaide dava a poppare al figliuoletto, mentre ad ogni ora del giorno e della notte porgeva il seno ad Augusto, che però veniva grassotto e vermiglio come que’ putti che si pongono ai canti di un apparato di festa.
La sera, il piccolo Augusto, sazio felice e soddisfatto, si addormentava nello stesso morbido letto, ove dormiva la Zenaide; ed il piccolo Federico, gittato in misera cesta, non potendo, per istimolo di fame e per freddo, prender sonno, assordava l’aria co’ suoi gridi, pei quali la perfida madre, per dormir placidamente, si determinava a ligargli un fazzoletto alla bocca.
Ci piange il cuore a raccontare di simili atrocità senza esempio, e che ripugnano all’umana natura; laonde più non diremo delle incessanti sevizie onde veniva tormentata, nei primi albori della vita, quella esistenza di uomo.
Il tempo ci schiarirà forse il mistero di questa incomprensibile tirannia di madre, come anche ci mostrerà la soluzione del grande assioma morale, nascosto in tutt’i fatti della vita: LA PUNIZIONE ACCANTO ALLA COLPA.