Una vita che si annunziava con questi foschissimi albori non poteva certamente essere la più lieta e felice; e i giorni che seguitarono alla prima infanzia del Lennois non furono che conseguenti nella sventura e nel pianto.

Il fanciullo Augusto, fatto grandetto, rientrò sotto il tetto paterno e fra le braccia dell’affezionatissima sua genitrice. Egli era bello assai di volto, ed era, siccome dicemmo altrove, una miniatura delle sembianze inglesi; ma insin da quella tenerissima età dava manifesti indizii di alterigia e di disprezzo per quelli che non aveano la ventura di nascere in un serico letto.

La Zenaide, quando il figliuolo della Viscontessa fu rientrato nel castello d’Orbeil, non faceva passare un sol giorno senza andare a rivedere il fanciullo che ella aveva allattato con tanto amore. Ella non volea giammai dipartirsi dal sito ov’era quell’angioletto del suo cuore, il suo amatissimo piccolo Augusto: chiedeva in grazia alla Viscontessa di permettere che ella guidasse ancora il fanciullo nelle vaste camere del castello e tra i viali del parco; che nol perdesse giammai di vista; che gli stesse tuttodì addosso cogli occhi e coll’anima. «Imperciocchè, ella diceva, io l’amo tanto, questo fanciullo, più che s’ei fosse figliuol mio, e non so partirmi da lui un sol momento. Quand’io sto dall’altra parte del parco, il mio pensiero è al castello d’Orbeil, e non riposo che quando ritorno qui dove è l’amor mio, il mio piccolo Augusto, tanto caro e leggiadro, con quella faccia di serafino, con quegli occhi di sultano!»

E via via così parlando, la Zenaide dicea tante cose, che erano una maraviglia di amore a sentirla: e la Viscontessa era qualche volta gelosa di queste eccessive dimostrazioni di affetto, avvegnacchè i suoi sensi materni ne fosser lusingati a dismisura. Però ella non sapea vietare all’affettuosa nutrice il giusto sfogo di una tenerezza che suole apprendersi ai cuori di quelle donne che han dato ad un bambino il primo alimento vitale. Se non che, la nobile moglie del Visconte ammiravasi talora che la Zenaide, la quale si sfacea di affezione pel suo figliuolo di latte, abbandonasse il proprio figliuoletto per intiere giornate e non mai ne parlasse, e mai seco nol menasse al castello, o in modo alcuno significasse sollecitudine e attaccamento pel sangue proprio. Di questo la Viscontessa richiedeala sovente, ma la Zenaide parea mal portasse inchieste simiglianti, alle quali dava sempre vaghe risposte, or dicendo che il fanciullo Federico venia su un pessimo furfantello, il quale non madreggiava per niente in quanto al cuore; or certificando che il figliuoletto non pativa di alcuna mancanza per l’assenza di lei, essendo accomandato a buone mani; or, per ultimo, svoltava destramente il discorso e usciva di palo in frasca con istorielle e ciance da nulla.

Ma, vuoi caso o tendenza naturale o altro motivo, il fanciullo Augusto, a seconda che cresceva negli anni, addimostrava un disamore grandissimo per la sua balia, e noia e disgusto per l’affezione di lei. E questo disamore crebbe a modo, che, dispotizzando egli la madre sua, la quale teneramente lo amava, ottenne da lei di non permettere più l’ingresso nel castello a mamma Zenaide, essendo ormai indecoroso a un nobil fanciullo il sentirsi stretto al seno di una villica.

È impossibile descrivere l’acerbità del dolore da cui fu presa la Zenaide alla inaspettata nuova del divieto che le veniva inflitto per ricompensa del suo amore. Poco mancò non ne morisse, perciò che tutta l’anima sua erane straziata... Ella pianse a lagrime disperate; si arruffò i capelli, si lacerò le vesti, e per isfogare la rabbia e il dolore, corse... a battere e a tormentare il suo Federico!

Non ci è cosa che più squarci un cuor sensitivo ed ecciti sdegno grandissimo, che l’udire le grida di dolore messe da un fanciullo innocente sottoposto a barbare battiture. La pietà si muove nei petti più feroci, e non vi ha chi non si slanci a togliere quell’innocente dalle mani spietate che il torturano. Ma nella solitaria campagna dove abitava la Zenaide col suo Federico, non era chi udir potesse le alte strida che il miserello spingeva al cielo, allorchè la madre il tempestava di colpi con un grosso randello, non il rilasciando se non quando quell’infelice creatura si accasciava per isfinimento di dolore. Quella disumana era diventata una tigre assetata del sangue proprio; era qualche cosa d’orribile a vedersi!... Quanto più intenso era l’amore di quella iena per Augusto d’Orbeil, tanto più crudele era l’odio suo per Federico Lennois.

Chiediamo perdono a’ nostri lettori, se siamo costretti a porre sotto i loro occhi uno spettacolo disgustante e pietoso a un tempo. Oh come vorremmo, ne’ nostri racconti, evitare di avvenirci in codeste situazioni che fan fremere i cuori ben temperati; ma, nello svariatissimo dramma delle passioni che si agita sulla scena del mondo, la virtù, per mala ventura, non è la felice protagonista; è la scelleratezza quella che più tiene il campo dell’intrigo. Lo spettacolo della umana degradazione ha i suoi effetti salutari come lo spettacolo del più elevato innalzamento dell’anima per grandi e generose virtù.

Ricevuto il divieto di ripresentarsi al castello, la Zenaide, non potea vivere senza rivedere di tempo in tempo il suo Augusto. Perdeva le intere giornate, appiattata in una siepe che divideva il parco dalle circostanti campagne, nella speranza che il fanciullo, nelle sue corse ed emigrazioni, fosse passato per quel sito. Ma il più delle volte, era tempo inutilmente sprecato; perciocchè Augusto prendeva col suo aio altra direzione, sia che scorrazzasse per gli andirivieni del parco, sia che uscisse a cavallo fuori di Auteuil.

Il dolore e la collera di Zenaide in questi casi superavano qualsivoglia immaginazione. Ella ritornava, in sulla sera, alla sua casipola, scapigliata come una furia: i suoi occhi schizzavan fuoco; le sue labbra eran pregne di veleno.