Il primo oggetto che le si offriva alla vista era il suo Federico, il quale tremava tutto nel vedere sulle sembianze della madre la ferocia del dolore. E quest’oggetto non faceva che aizzare la collera di lei a tal punto, che ella scagliavasi come demente sull’infelice creatura, e, quando a questa non riusciva di sottrarsi a’ furori di quella belva, era cosa da pianger di pietà, tante e sì forti erano le battiture che piovevano sul miserello. Alcune volte la ribalda femmina, toltosi dal capo scompigliato uno sdentato pettine di ferro, perseguiva il meschinello in tutt’i versi; e, acchiappatolo, gli conficcava nelle spalle o ne’ reni gli acuminati denti di quello strano supplizio. Altre volte, cacciatosi quel miserello sotto i piedi, gli andava pestando il corpicino, nè più nè meno che se fosse stato un cane o un gatto morto.
Egli è vero che il fanciullo fuggiva molto lungi, allorchè vedea la mamma invasa dalle furie: la notte ei non ritornava sotto il tetto dov’era la sua crudele nemica, e andavasene a dormire sotto un pagliaio che venne poscia addimandato il covile del monello. Quivi il freddo, la paura e la fame torturavano a muta e talvolta tutt’insieme lo sventurato, il quale piangea, piangea di un pianto che avrebbe scosso i fusti degli alberi. Nissuno, nissun vivente, nissun essere umano veniva a sollevare quel povero fanciullo dalle incomprensibili crudeltà della genitrice; nissuno gittava uno sguardo di compassione su quell’innocente che soffriva per una di quelle imperscrutabili ragioni che rimangono ascose nella infinita saggezza della Giustizia Divina.
Iddio solo udiva il pianto e i gemiti dell’infelice, e Dio mandava una consolazione su quel dolore, una gioia su quell’esistenza, un amico a quel derelitto.
In una notte placida e serena, Federico erasi addormentato sulla stoppia del suo covile. Egli avea pianto lungo tempo innanzi di comporre gli occhi al sonno... La stanchezza del dolore lo avea tolto momentaneamente alla sofferenza.... Durante il sonno, ei provava indistintamente una sensazione dolcissima di calore che gli scorrea con tutta soavità per le vene, come se una mano pietosa gli avesse ricoperto il corpo con un grosso panno di lana... Federico sentiva una voluttà che mai non avea gustata nel breve periodo di sua vita, giacchè egli avea dormito sempre in sulla nuda terra o sulla paglia, senza altra coperta che la logora travatura della stanza materna o l’aperto e stellato palco dei cieli... Egli era questa volta così felice nel suo sonno che dormì per lunghe ore, e insino a tanto che i raggi del sol nascente vennero a colpirgli la fronte. Qual fu la sorpresa del fanciullo, allorchè, nello schiudere le palpebre, si vide disteso in sul corpo un bel cane, di razza inglese, il quale avea gli occhi drizzati verso di lui con tal guardatura, che era ripiena delle più tenere dimostrazioni di affetto!
Federico non potè astenersi dal gittar le braccia attorno al collo del cane e stringerselo al petto, come avrebbe fatto con un caro fratello! Oh come battea di contentezza il cuore di quel fanciullo! Come le lagrime gli sgocciolavano per le guance!... Eppure, in mezzo alla sua gioia, Federico aveva un palpito di timore, che quel cane non fosse appartenuto a qualche vicino abitante del contado, e che però gli venisse tostamente strappato dalle braccia... Onde non si saziava di premerselo al seno, di coprirlo di baci, d’accarezzarne la bionda schiena; e il cane parea sì contento di quella corrispondenza di affetti, da non cessare un momento di agitar la coda in segno di soddisfazione; e guardava sempre negli occhi di Federico con una sì lampante significazione di amore, che meglio non avrebbe saputo un innamorato guardar l’amante.
Il fanciullo temea giustamente che la madre, veggendolo protetto e amato da quella cara bestia, non gliela avesse rapita o uccisa o in altra maniera fatta sparire; però tornando quella mattina con gran batticuore alla casa della mamma, ei tenea sempre l’occhio sul suo amico, quasi che avesse da lui implorato di non abbandonarlo giammai e di proteggerlo dal materno furore. A pochi passi dalla temuta dimora, il miserello gittò un altissimo grido nel veder la mamma che venivagli incontro con baleni di sdegno nelle feroci pupille.
Federico fu, come altre volte lo era stato parimente, ligato a un ginepro e ivi abbandonato dalla spietatissima donna, la quale solea lasciarlo in quel martirio per ventiquattro ore; dopo il quale tempo davagli un boccon di cibo, così per farlo sopravvivere ai tormenti, e per riserbarlo ad altri castighi e vessazioni. Ma questa volta il tapinello non rimase lungo tempo ligato al tronco dell’albero, imperciocchè il cane, con mirabile esempio di fedeltà e di amicizia, tanto si adoperò co’ denti, che pervenne a spezzar la fune e a sciogliere il fanciullo dai barbari ceppi.
Mentre il cane faceva l’estremo di sua possa per islegar Federico, questi piangea di tenerezza; e, quando si vide libero, saltò addosso a quell’impareggiabile amico, e gli disse tante cose e gli dette tanti baci, e si stemperò in tanti affetti che poco mancò non ne svenisse.
A contar da quel giorno, il cane, cui Federico avea dato nome di Astolfo, diventò siffattamente l’amico dello sventurato fanciullo, che questi non ebbe più in certo modo a temere gli strazii che la madre gli facea soffrire. Zenaide era più istizzita dacchè vedeva il figliuol suo spalleggiato dalla bestia, la quale supplivagli di quell’amore, di cui ella avealo defraudato. Non poche volte, la perfida tentò di uccidere il maledetto Astolfo, ma questo parea protetto dal cielo, e scampò alle insidie che tendeagli la malvagità di quella donna, la quale, quanto più sentivasi accrescere i trasporti di amore pel suo figliuol di latte, già fatto grande, altrettanto sentiva ringagliardirsi l’odio per Federico, cui, per altro, ella non aveva il coraggio di uccidere d’un colpo.
Ben presto, a questo nemico possente e incredibile si aggiunsero due altri non meno congiurati a danno dal monello, Augusto d’Orbeil e Giustino Victor.