La fiamma del rossore, dello sdegno e dell’odio incendiava il volto di Augusto, quando gli si diceva che egli era fratello di latte del guitto monello di Auteuil, del figlio di mamma Zenaide. Augusto sentivasi grandemente umiliato da questo confronto, e colpì una mattina la guancia d’un suo domestico per avergli detto, per casualità, quell’amara parola.

Tutte le volte che il nobil giovinetto si avveniva in Federico Lennois, non facea passar l’occasione di mostrargli il suo profondo disprezzo; anzi, sovente andava cercando l’opportunità di far cadere su quel poverino lo sfregio e l’insulto.

E in questo egli avea per complice fedele il fanciullo Giustino, il quale veniva a passar nel castello le vacanze di collegio.

Spesse volte i due giovanetti amici con altri fanciulli compagni di collegio di Giustino Victor traevano appositamente alla volta della casipola di Federico, per prendersi lo spasso di sbeffeggiare ed insultare questo infelice. Con una codardia indegna in un giovinetto, Augusto valendosi dell’ascendente grandissimo che esercitava sull’anima di Zenaide, comandava a costei di applicare al figliuolo una leggiera lezione di educazione; com’egli dicea per celia... Allora la perfida, per far piacere al suo caro figliuol di latte, correva addosso a Federico, e, con un ramo d’albero secco, davagli su e giù pel corpo, insin a tanto che la nobil comitiva di fanciulli era sazia di ridere. Alcuna volta riusciva al misero Federico di gittarsi in un fosso, per sottrarsi a queste brutali e proditorie violenze; ma in questo caso ei correva il rischio di rimanere in quel fosso per lunghe ore, aspettando che qualche contadino, il quale si fosse trovato a passar di là, avesselo aiutato a risalire sul terreno.

Menzionammo altrove alcuni dei fatti relativi a quest’odio che il figlio del Visconte e il fanciullo Victor aveano spiegato contro il così detto monello di Auteuil. Dicemmo come un dì la frusta del giovinetto d’Orbeil, tagliò la faccia del Lennois, però che questi non era stato in tempo a scostarsi al passare di quello a cavallo; e come, in altro dì, la parola ladro era uscita dalle labbra di Giustino Victor, e aveva ferito il cuore più che l’orecchio del disgraziato ma onesto figliuol di Zenaide; e da ultimo, accennammo l’inaudita perfidia del Victor e l’immenso dolore del Lennois, quando colui diè morte al carissimo cane che era tutta la vita e lo amore di Federico.

Le battiture, il freddo, la fame, gli strazi corporali di ogni sorta eran da estimarsi un niente a paragone del dolore che provò l’infelice nel veder sotto i suoi occhi il tenerissimo Astolfo battuto a morte da Giustino Victor. E Federico non potea correre in aiuto del suo amico, perciocchè la madre lo avea ligato all’albero di martirio! Oh... Federico da fanciullo divenne uomo in quel momento. L’immensità del dolore avea fatto sparire la fanciullezza! Per la prima volta, un’orrenda bestemmia era corsa sulle sue labbra: egli avea maledetto l’uman genere; erasi vergognato di essere uomo; e il suo cuore formava il giuramento di vendetta...

Questo tristo avvenimento accadeva il dì 7 luglio dell’anno 1815.

E, quattordici anni dopo, il dì 7 luglio 1829, Giustino Victor, mortalmente ferito da Eduardo Horms, cadeva vittima della Giustizia di Dio.

Se l’uomo nel corso di sua vita facesse attenzione a certe maravigliose coincidenze di date, riconoscerebbe sempre più l’opera della Divina Giustizia in quegli avvenimenti che soglionsi credere figli del caso.

Federico guardò per lunga pezza con occhi asciutti e come idiota il cadavere del suo Astolfo; i grandi dolori annientano ogni senso di vitalità e inaridiscono le sorgenti delle lagrime; appunto come le grandi bufere lasciano le campagne in uno stato di stordimento e di stupefazione.