Quella comitiva di nobili fanciulli, non così tosto videro morto il fido compagno di Federico, sciolsero questo disgraziato dal fusto dell’albero, affinchè si fosse a suo bell’agio abbandonato alla tenerezza verso il cane.
E, scioltolo, e veduta la sua faccia stupida e selvaggia, come se non avesse compreso niente di quanto era avvenuto, si diedero a ridere a sganascio, e poi, a pigliarlo, a voltarlo e rivoltarlo in tutt’i versi, a fargli un mondo di sberleffi sul muso; e, da ultimo, poi che se l’ebbero rimandato dall’uno all’altro, come una palla di zimbello, gli dettero una spinta e il fecero cader bocconi sul corpo dell’animale disteso in sul terreno.
Gli occhi della bestia erano aperti in tutta la loro ampiezza, per effetto del supplizio a cui l’aveano sottoposto que’ piccoli manigoldi: quegli occhi pareano affisar Federico con angosciosa espressione, come se avessero voluto dirgli: «Non duolmi della mia morte e del dolore che mi han fatto soffrire; ma soltanto mi accuora di doverti abbandonare e lasciare alla balia de’ tuoi inesorabili nemici. Dio possa aiutarti e confortarti!»
Nel cadere sull’estinto animale, Federico era uscito dallo stato di stupefazione in cui lo avea gittato l’atrocità del dolore: egli aveva abbracciato quel gelido mucchio di carni; e questa volta faceva piovervi sopra un fiume di lagrime: e anch’egli guardava negli occhi immobili del suo amico, e parea comprendere il loro muto linguaggio.
Non sappiam dire quanto tempo quel misero fanciullo rimase a piangere e a singhiozzare amaramente sulle spoglie del suo Astolfo, la cui voce più non risuonava armoniosa e cara agli orecchi di lui.
Che cosa è l’esistenza di un cane pel comune degli uomini? La sua vita non ha più importanza che il passaggio di un’ombra attraverso lo sguardo; e la sua morte non è avvertita dagl’immondi insetti che divoreranno la sua carogna gittata in mezzo alla strada. Eppure l’esistenza di quel cane Astolfo era stata la gioia di quell’esistenza di fanciullo, e la sua morte operava una di quelle crisi che decidono del destino di un uomo. Dal dì della morte del cane, Federico rinnegò ogni buon sentimento nell’anima, e fermò freddamente di essere un malvagio ed un nemico spietato della razza umana, appo la quale, ne’ suoi dieci anni di vita, egli non avea trovato un sol raggio di amore e di carità.
Con grandissimo dolore ei fa d’uopo convenire che la maggior parte degli uomini cattivi e nemici della società non sarebbero stati tali senza un concorso di funeste emergenze che farebbero giurare sulla esistenza del destino se non si conoscesse che, nel mirabile magistero del mondo morale, il male è un elemento indispensabile per la grandezza dell’umana natura, però che è desso quello che rialza agli occhi di Dio l’uomo giusto e virtuoso. Nonpertanto è cosa che richiama la attenzione del pensatore il considerare come un’infinità di circostanze si accumulino intorno ad un uomo per renderlo malvagio: la natura e la società par che si mettano di concerto per fargli rinnegare ogni principio di virtù. Centomila soccombono; un solo trionfa: questo uno è un eroe, un santo.
E questo concorso di circostanze appunto aveva costretto il disgraziato Lennois nell’aurora della sua vita. Qual maraviglia s’ei riuscì cotanto scellerato? Da altra parte, è nostra opinione che l’uom cattivo è talvolta una vittima dall’alto indicata ad espiazione di antichi falli di famiglia; però che è scritto nelle sacre pagine che Iddio punisce ne’ più tardi nepoti i delitti di violenze e d’ingiurie all’altrui stima ed onore. La maldicenza è il vizio più comune e universale della presente società, e massime in Francia, dove il così detto spirito di conversazione altro non è che una sottile e perpetua guerra all’altrui nome.
Per una parola di offesa all’onore altrui Iddio PERSEGUITA LE INTERE FAMIGLIE.
E le sventure onde fu colpita la prima giovinezza di Federico non furono forse che espiazione di vecchie colpe di questo genere.