Dopo essere stato qualche ora a piangere e a gemere sulla compassionevole sorte del cane, Federico scavò profondamente il terreno a poca distanza dal covile ov’egli solea giacere, e seppellì quelle spoglie a piè di un alto frassino. Con cura estrema e con somma amorevolezza ricompose il terreno sul cadavere di Astolfo, come se lo avesse ricoperto di morbida coltre; ne raggiustò la superficie, e v’incastrò solidamente una pietra, sulla quale incise col ferro queste stolte ed empie parole:
«Qui riposa il solo essere che mi ha amato, e il solo che io ho amato ed amerò sulla terra: il mio cane Astolfo. Giuro sulla mia ragione odio irreconciliabile all’uman genere, e giuro di adoperarmi in tutta la mia vita a fargli del male. Giuro ancora sulle ceneri del mio amico di spargere il sangue del suo crudele uccisore. Oggi 7 luglio 1815. Federico Lennois».
Poco altro tempo il figliuol di Zenaide rimase colla madre sua, dopo la morte di Astolfo. Una inaudita crudeltà di lei spinse il giovinetto, già stanco di sofferenze, a fuggire da quel luogo di dolori.
Un giorno la Zenaide era appostata, secondo il solito, alla siepe del parco, aspettando il momento in cui fosse passato il suo caro Augusto in compagnia di Giustino Victor. Volle il caso che Federico si trovasse in sulla via la quale doveva esser battuta dal figlio del Visconte; eglino eran vicini ad incontrarsi. Alla vista dei suoi implacabili nemici, ed in particolar modo di Giustino che gli aveva morto il cane, Federico sentì accendersi di una fiamma di sdegno prepotente. Senza pensare a quel che si facesse, abbrancò da terra il manico di una zappa, e con una benda di furore in su gli occhi, si scagliava contro Giustino: e già era in sul punto di fulminarlo con quel formidabile istrumento, quando la Zenaide, credendo che il figliuolo si avventasse contro Augusto, gittò un alto grido di spavento; saltò come scoiattolo su per la siepe ed il fossato che la circuiva, e piombò su Federico appunto nell’istante in cui gli avversari erano a pochi passi di distanza. La Zenaide afferrò pei capelli il disgraziato giovinetto, e, strascinandoselo quasi bocconi per terra, lo menò sino alla sua casupola. Qui cominciò la più pietosa tragedia. Quella fiera stizzita, dopo aver chiuso tutti gli usci del suo abituro, ritornò ad afferrar pei capelli quel miserello, lo sbattè al suolo, e ivi, balzata in piedi sul corpo di lui, sfogò la sua ferocia di tigre insino a tanto che Federico non gridò più. Il sangue uscivagli in copia dalla bocca!
Questo immanissimo fatto pose il colmo alle sofferenze di Federico: egli era stanco di essere vittima di tanta barbarie.
Fin dal momento che Giustino aveagli detto quelle amare parole da noi menzionate nella prima parte di questo racconto: «Ohè, figlio di mala donna, non rubare le fragole di questo podere, chè te le farem vomitare col sangue», Federico avea messo da banda ogni scrupolosità in quanto ad usurpazione della roba altrui, e si era dato a rubare tutto ciò che gli veniva fatto, non risparmiando la stessa Zenaide, a cui sovente involava qualche coserella (però che molto ricca e avara ella era); la quale, discoperto alcune volte il furto, regalavagli un buon numero di busse e di gastighi di ogni maniera. Laonde, fermato in cuor suo di postergare i luoghi testimonii dei suoi martirii, studiò il modo onde rubare una buona somma di denaro alla perfida madre. Parecchi giorni si adoperò in tale tentativo; e vennegli fatto di scoprire il sito dove colei tenea nascosto del denaro.
Il cimento era terribile, e il rischio mortale. A dispetto di ogni paura il colpo fu tentato e coronato di lieta riuscita, perciocchè in una notte un pesante sacchetto di danaro fu involato dal destro fanciullo.
Alla dimane Federico, senz’altra provvisione che il suo sacchetto, abbandonava Auteuil, mettendosi tra i piedi la via di Parigi.
Ma qual fu la sua dolorosa sorpresa nello schiudere il sacchetto che conteneva il suo tesoro, e trovarlo zeppo di monete di rame!