Quel sacchetto di rame era sempre qualche cosa di meglio che il puro niente, e forse quel denaro era bastante per un paio di mesi.
Giunto in un luogo rimoto, Federico si sedè sovra una grossa pietra di campo: e si pose a numerare i suoi pezzi di rame.
La somma ascendeva a centoventi franchi e cinquanta centesimi.
Era sempre una fortuna pel povero monello di Auteuil.
Nessun accidente era venuto a turbare il pedestre cammino di Federico fino a Parigi. Solamente l’estremo caldo della giornata (che era in su lo scorcio di luglio) avea gittato in uno sfinimento di forze il giovinetto, cui le tante sevizie fattegli soffrire dalla madre aveano già guasta e mal ridotta la salute.
Ciò nulla di meno, noi non tenteremo di dipingere la felicità di Federico nel vedersi libero dai materni furori e padrone di sè medesimo. Egli respirava con gioia l’aria aperta dei campi; non era abbastanza contento di spaziar lo sguardo intorno a sè, sicuro di non aver più a temere la vista della sua tiranna od a rincontrare la comitiva del castello di Auteuil.
Durante il suo lento viaggio, egli si era fermato non poche volte, sia per riposarsi e prender lena a proseguire il lungo cammino, sia per rifocillare lo stomaco, cui la barbara Zenaide aveva assuefatto ad una involontaria dieta, insopportabile a quella età di attività organica e di sviluppo; sia per la natural curiosità che dovevano eccitare in un fanciullo, il quale non si era mosso giammai dal villaggio nativo, la varietà delle amene campestri vedute che circondano la Capitale della Francia.
Strani pensieri e un mondo di visioni passavano pel capo del garzoncello in quel suo solitario viaggio. Poche altre ore, ed egli entrava nella città, di cui nella sua infanzia aveva inteso a parlare come di una regione incantata, dimora di fate e di genii, ed alla porta di ingresso della quale, la Felicità, coronata di fiori, accoglieva e abbracciava i novelli arrivati, ammettendoli alle delizie dei suoi dolcissimi arcani.
Parigi, la bella, la ricca, la splendida, la bianca, la nitida, l’aurea, la serica, la cara Parigi, la città del lusso, delle gioie, dei divertimenti, dell’obblio dei mali, stava per offerire tra poco agli attoniti sguardi del fanciullo le sue centomila maraviglie: i filari dei suoi eleganti e ben costruiti palagi, asili del piacere, del lusso e delle civili maniere; le sue strade, i suoi selciati marciapiedi, i boulevards, specchio di nettezza, formicolari del più giocondo popolo del mondo: le sue piazze di cui ciascheduna racchiude un monumento di storica solennità, i suoi tanti teatri sempre zeppi e affollati da tutte le classi della società; i suoi diciannove ponti, ligamenti che congiungono le diverse membra di quel corpo pieno di vita e rigoglioso d’esuberante salute; le brune acque della Senna, arterie turgide di quella mole di organizzazione architettonica di vari secoli e che sembra l’opera di un fiat istantaneo.
E già, verso il declinar del giorno, Parigi incominciò a far udire agli orecchi di Federico il suo gran mormorio confuso e indistinto, lontano riverbero di centomila cocchi che serpeggiano tra le sue strade, mischiando un popolo di cavalli nella immensa varietà dei loro indifferenti padroni.