È uno spettacolo bizzarro e curioso quello che si osserva nelle strade principali delle primarie capitali di Europa. Una popolazione di nobili e generosi animali strascina sul dorso una infinità di macchine morbidamente imbottite in cui si dondolano un gran numero di esseri umani i quali spesso non hanno altro merito tranne quello che lor deriva dai cavalli che li strascinano. Per una parte delle popolazioni di queste capitali, il moto non ci sarebbe senza i cavalli.
I primi rumori di Parigi colpivano appena le orecchie di Federico, e i primi lumi delle sue stelle di gas si mostravano già nel lontano orizzonte agli occhi di lui, quando egli, che sentivasi battere fortemente il cuore per violente commozioni che gli cagionava l’aspetto della gran città, si mischiò alla folla dei bevitori che sedevano a diversi crocchi presso una bettola di campagna. Era di lunedì, giornata che forma continuazione e appendice della domenica per gli operai di Parigi, i quali traggono in gran folla alle barriere, e si danno, in quelle attigue osterie, ad un rombazzo senza fine nè freno. Federico si sedè anch’egli sovra una panca; fecesi arrecare del pane, del formaggio e del vino, e via via, mangiando, e rimirando da lungi la sospirata capitale, ravvolgea nel suo capo i seguenti pensieri, che la malvagità gli ispirava. La malizia non è forse luce pericolosa?
«Che cosa farò colà? Povero fanciullo di dieci anni, di fiacca salute, senza un parente, un amico, un conoscente, e nella piena ignoranza di tutto? Strana e tremenda posizione! Ma che dico mai, nella piena ignoranza di tutto! Non ho io ricevuta la più valevole ed efficace lezione che può un uomo ricevere entrando nel commercio sociale, la sventura? Che bisogno ho io di saper leggere e scrivere per guardarmi dal mio più feroce nemico, l’uomo? Oh quanto ho imparato nei miei dieci anni di vita! Quanto mi hanno insegnato le mie sofferenze!... Checchè avverrà di me, il terribile mio giuramento emmi ognora presente all’animo... Ogni passo, ogni parola, ogni pensiero sarà volto al male di questo nemico che mi affianca e che si dice mio simile... Ho inteso parecchie volte a parlare di una forza superiore che colpisce il misfatto, che schiude le prigioni a’ perversi, che condanna nel capo gli omicidi, ma... io saprò ridermi di questa forza... L’ipocrisia, l’astuzia, la durezza di cuore, la falsa amicizia, il sorriso traditore non uccidono forse, senza che le leggi possano colpirli?.. Ed io saprò sfuggire ai rigor delle leggi: l’ipocrisia sarà il mio pugnale e il mio usbergo.»
Povero insensato fanciullo! Egli non pensava che l’ipocrisia non può sfuggire all’occhio sempre vigile di chi, dall’alto de’ cieli, scruta i cuori nelle più scure loro latebre! Ma nissuno avea fatto risuonare all’orecchio di lui quella parola che schiude all’anima un mondo mille volte migliore di quello in cui vive materialmente il corpo: quella parola che annienta i sofismi dell’empietà e sperde i mali calcoli del malvagio: nissuno avea susurrato all’animo di quel fanciullo il solenne e immenso NOME DI DIO! È vero che qualche volta, quando il miserello, accovacciato nel suo covile e non potendo abbandonar gli occhi al sonno, vedea, tra le sconnessure del suo pagliaio, rilucere le auree stelle del firmamento, e partire da alcune di esse una luce sì bella, come uno sguardo di pietà sul derelitto da tutti gli esseri, ei sentiva che lassù nel cielo era la protezione a’ deboli, il conforto de’ sofferenti. Ma simiglianti salutari pensieri si perdeano poscia nella fitta notte della sua ignoranza; e l’idea della Divinità era per lui così vaga e confusa come l’idea di morte pe’ bambini di tre o quattro anni.
Le tenebre erano già cadute sulla città dominante; ma gli ultimi riverberi del sole coprivano d’un manto di porpora la collina Rercy, e il giorno durava ancora su i bastioni esterni che sono a fianco e fuori del muro di cinta di Parigi. Federico Lennois si avanzava verso la capitale, facendo strani comenti e chiose a’ pensieri che abbiamo accennati.
Veggendo il flusso e riflusso della gente su i pubblici passeggi esterni, Federico incominciò a sospettar di ladri. Egli aveva sotto al braccio il suo sacchetto di monete, e questo poteva adescare al furto; perciocchè era probabile che si estimasse un sacchetto di monete d’argento. A seconda che si facea bruno nell’aria, più si accresceva la paura di Federico; così che andava guardingo e sospettoso, scansando i crocchi di gente, e tenendosi sempre ad una certa distanza dalle facce dubbiose.
Moltissimi infatti il guardavano con certi occhiacci minacciosi pel piccolo tesoro ch’ei portava. Federico cominciava a temer seriamente: avrebbe volentieri nascosto in qualche parte la sua pesante fortuna: ma dove? Neppure un palmo della terra ch’ei calpestava gli apparteneva; tutto gli era straniero e ignoto.
Era già sera avanzata quando egli entrava in Parigi.
L’estremo caldo cacciava gran parte della popolazione fuori delle case. Avendo camminato senz’alcuna guida o direzione, il garzoncello era entrato nella gran città dalla parte del sud-est. L’aspetto delle vie tortuose, sporche e meschine de’ sobborghi S. Marcello e S. Ettore, rendute anche più tetre per l’elevatezza delle case, non era tale da pareggiar l’altezza e la magnificenza delle immagini che si era formata il monello di Auteuil. Le strade peraltro erano piene di gente, benchè non ancora Federico si fosse inoltrato nel seno della capitale, nelle strade frequentate delle alte classi, su i boulevards, abbaglianti per mille magazzini.
Tratto da stupore, da curiosità, da vaghezza naturale, il fanciullo Lennois camminava sempre attraverso quella infilzata di stradelle, ristando ad ogni passo, levando il naso in aria; e tenendo sempre stretto in mano il pesante sacchetto pel quale sentiva addolorate le braccia e i polsi. Per mala ventura egli avea preso quel cammino che mena agli accessi meridionali dell’Hotel-Dieu.