Il portone di questo brutto palagio era guardato da sentinelle, siccome il vasto cortile, nel cui mezzo erano varie panchette su cui eran seduti parecchi soldati.
Le due guardie menarono Federico nell’interno del cortile: fu chiamato un uomo, ed indi un altro uomo, e indi un terzo il quale dimandò del nome del garzoncello e lo scrisse sovra un gran libraccio ricoperto da vecchissima carta pecora. Fatta quest’operazione, le due guardie che aveano menato il piccolo Lennois a quel luogo, il consegnarono ad uno grosso e paffuto, il quale non avea del militare che il solo berretto.
— Andiamo, speranza di capestro, disse quest’omaccio a Federico, dandogli una spinta, en avant, marche.
Federico non sapea dove fosse e quel che si volesse da lui: fu spinto a salire alquante branche di scale, a ciascuna delle quali era un cancello e un custode.
— Alla camerata di filosofia[5], disse quell’uomo con un sorrisetto tutto particolare, ad un altro di orribile grugno, il quale afferrò pel braccio il nuovo arrivato, il menò per uno stretto corridoio, e, datogli un urtone alle spalle, il fece entrare in un lungo stanzone, dove erano assiepati un gran numero di lerci fanciulli e giovanetti.
Una sola lampada sospesa alla volta di questo camerone rischiarava le più stupide e feroci sembianze di adolescenti.
Un hourra di saluti osceni accolse il nuovo ospite.
Federico restò immobile allo stesso luogo dove lo avea spinto il suo conduttore, nè sapeva ancora in che mondo si fosse.