La trista persuasione di essere nelle carceri non tardò a gittare il piccolo Lennois in uno stato d’abbattimento, di dolore e di rabbia impotente. Egli non si era sottratto alle sevizie della donna che si dicea sua madre che per cadere in una serie di sciagure forse maggiori: non avea cercato la felicità del proprio dominio, che per perdere al tutto ogni libertà; non era fuggito dalla crudele schiavitù di Auteuil che per piombare in una prigione di Parigi!

Il primo periodo della sua vita era passato nelle lagrime della più sventurata fanciullezza; e il secondo periodo incominciava con un’aurora vie più fosca e minacciosa. L’odio, di cui egli si era alimentato a Auteuil, ribolliva con accrescimento di calore nel suo petto; imperciocchè pareagli che la più nera ingiustizia governasse il mondo, e che il far del male al prossimo fosse la suprema legge e l’unico scopo del consorzio civile. La sua mente era gittata in un cosiffatto disordine di idee e in tale antagonismo di verità che l’animo suo ne rimase affetto per tutta la vita.

Egli era restato come fulminato dalla sorpresa a tal termine che il vocìo e il baccano che si fece attorno a lui nel suo entrare in quello stanzone, gli susurravano all’orecchio come uno strano ronzìo; guatava all’intorno con sembiante stupefatto; e nel suo capo stordito correva una idea come se si fosse trovato sospinto improvvisamente in quell’inferno, di cui aveva inteso a parlare nei giorni della sua infanzia.

Gli urli, i fischi, gli sberleffi, gli urtoni pervennero finalmente a trarlo da quello stato d’insensataggine in cui parea caduto. Sul bel principio il fiochissimo lume che era in quel camerone non bastava agli occhi del monello per fargli discernere bene le persone e gli oggetti che stavangli attorno: ma a poco a poco le pupille si fecero a quella scarsezza di luce insino a che tutto il quadro fiammingo si svelò agli sguardi di lui. E non era al certo un quadro racconsolante che apre il cuore e pone il sorriso in sulle labbra. Tutto all’incontro, ci era da sentirsi venir la pelle di oca, da gelare il sangue fine agli accessi del cuore, da sentirsi scombuiar l’animo come per morte.

Erano ivi alla rinfusa gittati su anguste asserelle di letti un mezzo centinaio di omicciattoli da dieci a quindici anni, con certe facce, con certi occhi che avresti giurato non appartenere a razza europea. Vi erano di quelli, la cui capellatura increspata e ritrosa parea volesse fuggire da un capo sconcio e privo d’intelletto; altri che aveano i sopraccigli così malamente piegati in sulle orbite degli occhi e così stretti in sulla glabella, da farli assimilare ad una striscia nera incollata sul basso della fronte; alcuni fanciulli che gittavano un puzzo insopportabile da tutta la loro persona, e che facevano un’armonia strana e curiosa nel tirar su il moccio, il quale minacciava di fluire a grondaie dalle pinne del naso; altri che non aveano fronte di sorta alcuna, a tale che gli avresti presi per scimie; altri che avean il capo conformato come quello del cane, del gatto e d’altro animale men nobile e comune. Aggiungi a queste singolari avvenenze certi discorsi che non gli avresti uditi in bocca ad uomini usciti dalle galere; certi gesti che avrebbero superato la più erotica fantasia. E questa generazione di adolescenti fu la prima società nella quale si trovò lo sciagurato Federico Lennois, cui parea che un incomprensibile destino spingesse al male e al delitto.

Federico era la faccia più signorile, l’intelligenza più limpida, la coscienza men turpe che stesse in quell’assemblea di piccoli demoni: onde è chiaro che egli dovesse essere il più infelice di tutti quei bastardelli già imbestiati dal vizio e dalla fisica sofferenza.

Gittato nel mezzo di quella bolgia di Dante, senz’altra raccomandazione che un calcio, Federico non indugiò a prendere un partito; perciocchè egli avea una di quelle anime che non si lasciano facilmente schiacciare dalla sventura, ma vi resistono con una certa voluttà di coraggio, e finiscono col disprezzarla e non più sentirla... Egli andava a porsi in un angolo di quel camerone, risoluto a tener broncio alla sua sorte nimica: volgea di tempo in tempo una occhiata di disprezzo profondo su i suoi compagni di prigione, e si sarebbe fatto mozzar la lingua piuttosto che scambiare un motto con alcuno di loro. Era qualche cosa in fondo all’anima sua, che gli dicea, non valer quella mano di birbe idioti l’onore d’una sua parola: una superiorità, di cui egli stesso non sapea rendersi ragione, gli facea una legge di non accostarsi in modo alcuno con quei turpi rampolli del vizio ignobile e strisciante, i quali non aveano nessun pensiero, nessuno scopo, nessuna ambizione, e che facevano il male soltanto perchè nelle loro vene correva un sangue infame.

Era pertanto impossibile che que’ piccoli manigoldi lo avessero lasciato tranquillamente segregato nell’angolo scuro del camerone. Parecchi seguitavano a burlarsi di lui, e maggiormente s’indispettivano quanto meno colui sembrava far caso delle loro beffe: vari altri, più insolenti, se gli buttavano addosso fingendo di ruzzar tra loro: e da ultimo, non si pose più freno allo insulto, e apertamente si dichiarò la guerra contro il novello collegiale. Federico era stanco di sopportare quelle proditorie offese; la sua faccia divenne gialla per rabbia e per sete di vendetta; balestrò un occhiata di sangue intorno alla camera per trovare un arma qualunque; e, non veggendone alcuna, si gittò come leone sull’asse d’un letto; imbrandì col taglio quell’arma strana e terribile, e fece piovere colpi disperati sulle teste di quanti gli vennero sotto. A molti il sangue solcava la fronte e le guance.

I custodi lo afferrarono e lo trasportarono ad un’altra prigione più trista, più scura, più umida: un antro di quattro palmi, in fondo al quale giaceva un essere umano.

Era un uomo di circa trent’anni: pressocchè tutto il volto era coperto da una barba così bionda che pendeva in rosso: la guardatura era torva e sinistra, e le sopracciglia raggrottate, il capo abbassato sul petto: la pallidezza estrema del volto addimostrava la tristezza dell’animo e il decadimento del corpo. Ciò non di meno, era nelle fattezze di quest’uomo, in ben considerandole, qualche cosa che parlava in suo favore, e che non respingeva al tutto una simpatia di pietà.