Nell’entrar che fece il piccolo Federico in quello speco, quest’uomo era gittato interamente all’ombra sovra un paglione; non dormiva, nè era desto, perciocchè si trovava in quello stato d’indolenza sonnacchiosa e di apatia brutale, in cui cadono sovente gli uomini che non hanno niente più a sperare o a temere.

Quando la porta fu chiusa dietro il piccolo compagno che il caso gli metteva a fianco, quell’uomo non si mosse dalla sua giacitura, e soltanto fece udire un suono come d’un grugnito.

Passò qualche tempo prima che i due compagni di carcere si fossero scambiata una parola. Ma non era possibile durar nei silenzio per lunga pezza. Comechè molta distanza di età fosse tra loro, la necessità di trovarsi congiunti in quel luogo di pena, l’istinto della società che è in tutti gli uomini, il bisogno di udire la voce umana, che è pure un gran bisogno, in ispezialità nella sventura, doveano alla perfine avvicinare moralmente i due esseri che erano così stranamente riuniti. D’altra parte, abbiam detto che l’aspetto del carcerato, quantunque miserando e repulsivo a prima vista, non poteva mancare, dietro un’attenta osservazione, d’ispirare un senso di fiducia; siccome l’aspetto di Federico, il quale la crudel sorte della sua fanciullezza e i maschi pensieri che nudriva avean fatto più grande della sua tenera età, non poteva che eccitar la compassione e forse un sentimento di riguardo, se si portava una critica attenzione alla gentilesca finezza dei suoi lineamenti.

Egli avvenne però che, dopo un’oretta, i due compagni di prigione si avean comunicato i loro nomi, ed erano divenuti, come dicesi, intrinseci amici. Quell’uomo si chiamava Paolo Dumourier, di Parigi; era accusato di falsità di firme: il suo caso era strano e curioso a un tempo: così raccontollo al Lennois che attentamente l’udiva:


«Una sera, prese a dire Paolo Dumourier, io vagava tristamente in uno di quegli spazi assai estesi al settentrione della riviera della Grève: non mi era riuscito nessun affare durante tutto il giorno, sì che io sentiva la rabbia del rubare; giacchè tu devi conoscere, bel fanciullo, che è per noi una giornata nefasta quella in cui non ci vien fatto di toglier la borsa a qualche merlotto. Non era da perdere interamente la speranza di qualche bottino, perciocchè non era tardi, e da poco le ombre della sera erano cadute su i quartieri di Parigi... Infatti, passando d’accosto a una bottega, scorsi un uomo ben vestito e di aspetto onesto il quale facea delle compere, e poco di poi il vidi porre le mani in tasca e cavarne un portafogli da cui trasse un biglietto di banco, e il consegnò al mercante che gli avea venduto alcune mercanziuole di qualche pregio... Arrivai a intravedere che quel biglietto di banco era compagno di altri molti parimente contenuti in quel portafogli, e sentii battermi il cuore al pensiero della bella ed onorevole impresa che la sorte mi offriva. Quel signore, che all’aspetto e alla vestitura parea forestiero, poscia ch’ebbe pagato le sue compere, partissi celeramente insaccando il portafogli in uno de’ tasconi di fianco del suo lungo soprabito bigio. Egli prese la via Pelletier, ed io gli tenni dietro, studiando il modo d’impadronirmi di quel prezioso taccuino. Camminammo lunga pezza e passammo per vari quartieri; io nol perdetti giammai di vista.

«Giugnemmo al teatro dell’Ambigu-Comique: l’amico si fermò al posto dello spaccio de’ biglietti. Un felice pensiero mi surse in mente. Ratto come il baleno, mi accostai anch’io, e vidi ch’egli aveva preso un biglietto di platea: io aveva in tasca alcuni franchi; li gittai tosto sulla tavola dello spaccio, e dimandai pur io un biglietto di platea.

«Non abbandonai un istante il mio forestiero; me gli posi appresso, e fui avventurato a segno da potermi sedere a fianco di lui e propriamente alla sua dritta, dov’egli aveva insaccato il portafogli. Una metà del colpo era fatto, giacchè il resto non dipendeva che dalla destrezza della mia mano, della quale io era più che sicuro. In effetti, non passò un terzo d’ora, ed il sospirato portafogli era venuto ad alloggiare in una delle tasche de’ miei calzoni. Si comprende benissimo ch’io mi affrettai di abbandonare il mio posto e il teatro.

«Non sì tosto in istrada, accelerai il passo, infilzai una infinità di strade, e dopo una mezz’ora io era ben lungi dal teatro della mia illustre impresa.

«Arrivato alla mia momentanea abitazione sul baluardo che si estende a guisa di riviera, lungo il lato occidentale del fossato della Bastiglia, la prima cosa ch’io feci fu di aprire il portafogli per conoscere a che somma ascendessero le polizzette che vi si conteneano. Erano nove biglietti, ciascuno della somma di mille franchi al latore sulla Banca di Parigi. Io era dunque possessore di novemila franchi! Io mi sentiva bruciar le tempia e ribaltare il cuore dal piacere... Era il più bel colpo che avessi mai fatto nella mia carriera di ladro! Feci quella notte un sonno dolcissimo, e, allo svegliarmi in sulla dimane, formai mille proponimenti per l’avvenire. Io avea conservato un poco di danaro contante in fondo d’una specie di cantina; pensai cambiare un paio di quei biglietti per ammucchiare un po’ di oro e conservarlo assiem coll’altro... Io non portava nè la barba nè i baffi, stimai però, pria di tutto, esser conveniente trasformare alquanto le mie sembianze per non essere riconosciuto, nel caso lontanissimo che mi fossi avvenuto nel forestiero della scorsa sera: mi applicai però sulle labbra un paio di basettoni posticci, ed uscii in cerca di novelle avventure. Ma, per la contentezza, quella mattina io voleva generosamente refocillare il mio stomaco, e mi recai al primo ristoratore del Boulevard Mont-martre; comandai le più squisite delicatezze di pesci e di vini; mi detti un’aria di milord, mangiai come un Inglese, e bevetti come un Tedesco. Finita la mia colazione, cacciai, con alquanta circospezione, il mio portafogli; ne cavai una di quelle gioie di polizze, e la posi nelle mani del garzone, dicendogli che mi avesse dato il resto in oro, tenendosi la giusta estimazione dell’aggio di questo metallo. Tutti gli astanti mi squadravano con moltissima attenzione; la qual cosa io sopportava con mala voglia, ed aspettava con impazienza che il garzone mi avesse arrecato i miei luigi, per isvignarmela prestamente: perocchè mi sembrava in tutte le facce, che io vedeva, di riconoscere quella del forestiero, cui aveva involato i novemila franchi.