Benchè non di frequente avvenisse, pur tuttavia Federico apriva il suo cuore a Paolo Dumourier, e nelle lunghe notti invernali, palesavagli i suoi sogni infantili, i pensieri che spesso il visitavano; e questi pensieri erano sì alti e sì belli ch’ei sentivasi battere il cuore e non sapea donde gli venissero. Diceagli come ei sarebbe stato felice di essere, per esempio, una celebrità di qualsivoglia maniera; com’egli sentivasi nato per qualche cosa di non comune e prosaico, e come un segreto presentimento avvertivalo che un giorno egli avrebbe riempiuta la Francia col suo nome.
Dumourier sorrideva a queste parole del giovinetto, e tanto più se gli affezionava quanto più scorgeva in lui elevatezza di aspirazioni e nobiltà di animo.
Un giorno, Dumourier, abbracciato Federico Lennois, gli disse di botto:
— Ebbene, mio piccolo grand’uomo, sai a che cosa ho pensato?
— A che cosa?
— A salvarti.
— Come! a salvarmi!
— Sì, a farti libero, a farti fuggire da questo carcere. Ho combattuto qualche mese con siffatto proposito; perchè, dicoti il vero, mi piange il cuore al pensiero di perderti e di non rivederti forse mai più; ma mi son detto che l’amicizia non debb’essere egoista, e che non bisogna, per soddisfare al proprio cuore, astenersi dal rendere un gran servigio. Chi sa! forse ci rivedremo, forse no; il domani è scuro come questo antro maledetto nel quale hannoci sepolti, scordandosi al tutto di noi. Il domani è sempre quel che noi meno immaginiamo.
Federico ascoltava con somma attenzione questo straordinario linguaggio del ladro, e sentivasi pulsare il cuore per sentimenti di riconoscenza e di amore.
— Voi dunque potreste farmi uscire da questa prigione? chiedeva al Dumourier spalancando due occhi pieni e rotondi, perciocchè il suo volto, per la estrema sottigliezza in cui era venuto, era tutt’occhi.