— Ed io mi chiamerò Ferdinando Ducastel, esclamò il giovinetto; d’ora in poi il maledetto nome di Federico Lennois rimarrà sepolto in questa prigione.

— Grazie del buon augurio! avea detto il ladro ironicamente: spero almeno che non rimanga sepolto con me.

Ecco in qual modo Federico era divenuto Ferdinando Ducastel; ed ecco il perchè tanto gli premea che il suo primo nome non fosse trasparito a Parigi, dove potea esporlo a pericoli ed a rischi.

Noi non vogliamo tener dietro passo a passo alla storia di questo giovinetto, e ci terremo contenti di aver narrato le principali avventure occorsegli nella prima sua età, e le quali abbiamo estimate necessarie alla intelligenza e allo sviluppo del dramma che abbiam preso a raccontare. Or non faremo che accennar di volo quelle cose che servir debbono all’appicco della presente narrazione, per ritrovare il nostro protagonista al punto in cui il lasciammo alla fine della prima parte, vale a dire, al momento di aver compiuta la sua turpe vendetta sull’infelice Giustino Victor.

A Federico non riuscì di abbandonar Parigi che dopo un quindici giorni dalla sua fuga dalla carcere. Un Inglese lo tolse a’ suoi servigi, il menò seco a Marsiglia, e di là imbarcollo per l’Italia.

Da questo tempo incominciò una vita novella pel Lennois. L’Inglese, suo padrone, ricco e splendido, viaggiava da gran signore, e profondeva il danaro a larga mano. Egli è facile intendere che Federico non si facea scrupolo alcuno di rubare il Milord il meglio che fatto gli venisse: il suo scopo era di accumular quattrini per crearsi una posizione indipendente e scegliersi un’arte, un mestiero che più gli convenisse. Nelle lunghe ore di ozio che spesso egli godeva, aveva imparato a leggere e a scrivere: il suo maestro era stato una bella cameriera sua compatriotta, la quale era benanche ai servigi del viaggiatore Inglese, e che in breve tempo diede a Federico un corso compiuto di educazione. Questa cameriera, vivace, destra, insinuante e facile ad abbandonarsi alle tendenze del proprio gusto, avea fatto di quel fanciullo un uomo, nella speranza di formarsene più tardi un marito. Con siffatto proposito nell’animo, Maddalena Bonnefille (tal era il nome di questa donna) dava mano ai furti del suo diletto Ferdinando, e lo spingea, con ogni maniera di seduzione, ad innamorarsi di lei.

Ma tutt’altra idea era nell’animo del Lennois, il quale nudriva il più profondo disprezzo per questa donna, e avea sempre scolpito nel cuore il giuramento che avea fatto sulla tomba del suo cane.

Noi non faremo certamente il torto a’ nostri lettori di far loro credere che Federico Lennois fosse un gran malvagio, solo per serbar fede ad un giuramento inetto e fanciullesco. La costanza in qualsivoglia cosa non è nel sangue francese. Federico era malvagio, perchè tale lo avean fatto le circostanze della sua vita, la mancanza di ogni educazione intellettuale e morale, e l’influenza d’una società corrotta fin nelle visceri.

L’Inglese avea, come la maggior parte dei suoi compatriotti, un gran gusto per le arti, e massimamente per la pittura. Egli spendea di belle somme per quadri antichi e moderni; e la sua casa o albergo era sempre assediato da artisti, da rivenduglioli e da altra gente barattiere di tavolette, d’incisioni e di costumi. Federico si mischiava sempre in cosiffatti negozi, e si faceva pagare i dritti di mezzano: alcune volte comprava egli stesso qualche quadro di alcun pregio (però che egli avea una straordinaria attitudine naturale alla pittura), e il rivendea, pel doppio del valsente, al suo padrone. E questo continuo traffico con dipintori, con negozianti di quadri e restauratori finì col porre nell’animo di Federico la voglia di studiare l’arte. E vi si pose con animo fermamente deliberato, con ardore, con desiderio di apparare bene e presto. Al che inducevalo eziandio e spronavalo il suo medesimo padrone, il quale, come vide i primi sforzi del suo valletto e la sua grande bramosia di apprendere, il provvide di maestri, di disegni, di lapis, di matitatoi e pennelli; e si compiaceva oltremodo de’ progressi del giovinetto.

Federico avea ottime naturali disposizioni per ogni maniera di disciplina. In tutto il tempo che egli stette al servigio dell’Inglese, il quale molto lo amava ed avea per lui somma indulgenza, egli imparò con facilità l’italiano e l’inglese. Fenomeno strano e singolare, questo giovine offriva in sè la più curiosa contraddizione di gusti, di tendenze, di passioni. Il suo cuore era corrotto e depravato: nessun sentimento virtuoso e nobile il faceva battere, tranne quello d’una sfrenata voglia di elevarsi e di far parlare di sè. Nudriva nell’animo un pensiero costante di far rumore, di spandere il suo nome: non sapeva il come nè con quali mezzi; ma era deciso di afferrare la prima congiuntura. Pensava in sulle prime di gittarsi al teatro; imperciocchè sentiva che sarebbe riuscito un buon artista drammatico; la sua persona, la sua voce, l’arte di simulare che egli aveva appresa alla perfezione, erano altrettante raccomandazioni per un attore: e forse egli si sarebbe col fatto posto in sulle assi d’un proscenio, se i lusinghieri elogi ond’erano accompagnati i suoi primi passi nella pittura non avessero deviato i suoi pensieri dal teatro, ponendogli in cuore la più viva speranza di gloria.