Maddalena intanto vedeva con estrema gioia gli avanzamenti del suo amante nella pittura; udiva con giubilo le lodi onde veniva incorato, e non rifiniva di spingerlo a sposarla; imperciocchè la scaltra donna prevedea che crescendo Federico negli anni e nei meriti avrebbe disdegnata una donna, già matura, e che non poteva neanche offrirgli quello che forma la più grande attrattiva per un giovin cuore, la novità del possedimento della donna che si ama. Maddalena Bonnefille sperava nel sentimento di gratitudine ond’esser dovea preso il cuore dell’amante.

Ma un bel dì la benda cadde dagli occhi della sciagurata! Federico, il quale più non potea sopportarla, non seppe porre un freno al suo disprezzo e alla sua avversione, e apertamente le disse che egli non volea saperne di nozze; ch’era stanco di lei, e che se ella non ponea fine alle vessazioni di amore con che lo tormentava, avrebbe abbandonato il paese dove si trovavano. La Bonnefille pianse, si disperò, si scaraffò i capelli, giurò di vendicarsi: una parola trasse l’altra, ed avendo ella dato a Federico gli epiteti di ladro e peggio, costui, salito in gran furia, le colpì la guancia e la caricò d’ignominiosi epiteti.

Il giorno stesso la Bonnefille rivelò all’Inglese tutte le peccata domestiche del Ducastel; e questi veniva ignominiosamente cacciato da quella casa.

Un tal fatto era accaduto a Genova. Federico avea allora diciassette anni ed avea fatto grandi progressi nella pittura: risolvette di percorrere l’Italia a fin di studiare su i capilavori di cui è ricca questa terra. Egli aveva accumulato un denaro bastante per qualche anno. D’altra parte, ei cominciava oggimai a vendere le sue dipinture ed a prezzi non del tutto scoraggianti.

Federico volea visitare, innanzi tutto, la sede della maggior gloria artistica italiana, Roma, la città dei monumenti colossali; sperava attinger colà maggiore ispirazione. Lunga permanenza ei fece a Roma, essendovi rimasto per circa tre anni. A dispetto di tutt’i suoi studi, egli non era riuscito che un mediocre pittore. Dicemmo altrove i difetti della sua maniera, difetti i quali in verità non erano riconoscibili che dall’occhio esperto di un valente artista; imperciocchè Federico avea abilità (comune quasi a tutti gli artisti francesi) di dare ai suoi lavori tali artificii che colpivano a prima vista per elevatezza di stile, per vigoria di tinte e per risalto dei primi piani. Ma questo orpello e questa vernice non potevano che abbagliare per un momento; e tosto doveano i suoi quadri cadere sviliti innanzi alla grandezza del genio italiano. Però gigante sorgea nell’animo di Federico l’ignobil passione dell’invidia, nutrita giorno per giorno dal rumore che menavano in presso che tutte le città d’Italia i lavori di un Marsigli, di un Guerra, di un de Vivo, tra i Napolitani, e di cento altri nomi che in quel tempo si contendeano il primato dell’arte in Italia. A Roma, dove traggono i più eletti ingegni artistici della penisola, il Lennois o il Ducastel trovava dunque un pascolo quotidiano al tossico d’invidia che gli rodeva il cuore; e quanto più ei vedeva riuscir vani ed infruttuosi i suoi lunghi sudori stemperati sulla tela, quanto più trovava ribelli il cuore e la mano allo impulso della volontà, perciocchè Dio non soffia l’alito del genio ne’ cuori malvagi, tanto più egli si arrovellava contro sè medesimo, e malediceva la sterilità dei suoi concepimenti, e la terra, formicolaio di geni che egli calcava, e pensava talvolta di torsi una vita che gli riusciva importabile. Nelle logge del Vaticano, in quelle gallerie dove un Raffaello, un Michelangelo, un Giulio Romano respiravano ancora nelle sublimi produzioni de’ loro pennelli, in quegli asili dove tutto è grande, Federico si sentiva schiacciato, come il serpe dal piede della Donna Immacolata.

Non potendo pareggiare il merito degli artisti suoi contemporanei, egli erasi appigliato al facil partito di screditarli colla più bassa calunnia. Finto, ipocrita e insinuante, ei visitava gli studii dei pittori, stringeva a costoro la mano, lor si dichiarava ammiratore entusiasta, chiedeva il permesso di vederli a lavorare, e sperticava lodi infinite anche ai meno saliti in rinomanza. E non sì tosto si partia da qualcuno di loro, ivane dicendo il più gran male del mondo, affastellava bugie, inventava storielle, accagionavali di sfacciati plagii, e improvvisava originali a quelle pretese copie. Non si facea scrupolo di fare scrivere vilmente articoli di biasimo contro le più colossali riputazioni: in somma, egli si dava, per uccidere la fama degli altri, più gran fatica che per crearsi la propria.

Così stando le cose, e vivendo egli in Roma di malissimo animo da circa tre anni, occorsegli un giorno un fatto singolare, che diede per poco altra direzione ai suoi pensieri.

Egli era in sua casa un bel mattino, dando le ultime pennellate ad un gran ritratto ad olio del cardinal L.... quando al suo sguardo si offrì un forestiere che dimandollo se fosse lui il nominato Federico Lennois. Lasciamo immaginare ai nostri lettori qual dovette essere la sua sorpresa nel sentirsi interpellato, con un nome, che egli credea sepolto nella prigione di Parigi. Impallidì siffattamente, che lo straniero ne fu per poco inquieto, e dissegli che non si smarrisse d’animo, perciocchè, lungi dallo avere ostili intenti contro lui, amichevole era lo scopo della sua visita.

Avremo spiegato il tutto ai nostri lettori, quando avremo detto che quello straniero era semplicemente Maurizio Barkley. Questi avea quella stessa incombenza che aveva adempiuto verso Daniele de’ Rimini, Eduardo Horms, e le altre due figliuole del Baronetto. Soltanto molti anni di ricerche, lunghi stenti e una incredibile pertinacia di proposito, aveano potuto menare il Barkley al discoprimento del Federico Lennois sotto il fattizio nome di Ferdinando Ducastel. È inutile il soggiungere che Maurizio era latore d’una somma di denaro per questo figlio del Baronetto e di una promessa di assegnamento mensuale, siccome per gli altri quattro fratelli.

Fin dalla sua infanzia, Federico sapea di non aver padre; e quando il nome di bastardello, lanciatogli in faccia da Augusto d’Orbeil e da Giustino Victor, veniva a colpire il suo orecchio, comechè ei non ne intendesse perfettamente il significato, davagli pertanto un’idea vergognosa relativa ai suoi natali. Più tardi, ei comprese il tutto; soltanto ignorava il nome di colui che gli avea dato per madre una tigre. Maurizio serbò come sempre, il segreto di Edmondo, e, contentissimo di aver discoperto un’esistenza che tanto gli premea, si allontanava dal giovine artista, per trarre dove il chiamavano i rimorsi e i timori del suo padrone ed amico.