Federico si trovò gittato in un’altra sfera di pensieri. Egli che si credea solo ed abbandonato da tutti gli esseri, rinveniva, quasi caduto dal cielo, un protettore, e forse un padre, che gli mandava, forse da lontane terre, danaro e promessa di aiuto e di assistenza. Un pensiero volò per la mente di Federico Lennois, lo stesso che avea fatto battere il cuore a Daniele de’ Rimini, un pensiero che gli facea correre per le vene un fuoco e gli ponea ne’ polsi la febbre: egli era forse nato nobile e ricco! E quando pensava alla Zenaide, la quale tenea nascosto, egli n’era certo, qualche rotoletto di oro, si riconfermava nel pensiero che suo padre esser doveva un alto personaggio. Ma come e perchè questo tardo riconoscimento? perchè il paterno suo affetto eragli nato dopo vent’anni? Ecco ciò che imbrogliava la testa del Lennois, e ciò che egli sperava il tempo avrebbegli rischiarato.
Certo è che ormai egli era ricco, o almeno agiato a segno da non aver più d’uopo del pennello per vivere; vedea lampeggiar nel futuro una speranza di gloria o qualche cosa di simile che gli sorridea e davagli sprone a gittarsi con fidanza in balìa della sua sorte.
Dopo non guari dalla visita di Maurizio, Federico abbandonava la città di Roma e traeva a Napoli, dove spese qualche anno più negli svagamenti e nell’ozio che negli studii. Tuttavolta ei non trascurava di coltivar l’arte sua, e di malignare gli artisti che in quel tempo, vale a dire negli anni 1825-29, in gran copia fiorivano in questa capitale, dove le arti belle han trovato mai sempre di valenti ed operosi cultori, comechè pochissima protezione nelle alte classi e nel governo. A Napoli, Federico ebbe agio di ammirare gli stupendi lavori della Scuola Napolitana, diffusi in quasi tutti i templi della metropoli, e abbondanti sovrammodo in quello archivio di gloria domandato il Museo, monumento che riverbera i suoi raggi di gloria sulla schiera de’ genii immortali che ivi son raccolti.
Federico visitò in appresso la Toscana. Firenze, la bella città, la patria dell’Allighieri, offrì all’invido sguardo del Francese i suoi mille monumenti, che parlano al cuore e alla fantasia, e che danno a questa città a giusto titolo il nome di sede della civiltà italiana. Nella capitale della Toscana, Federico fu di bel nuovo visitato da Maurizio Barkley, il quale gli arrecò l’ultima porzione del retaggio paterno, e gli svelò il segreto della sua nascita, il nome del genitore, e la notizia della costui morte a Manheim.
Da Firenze, Federico venne a Pisa. E qui ci fermiamo, avendo già, in altri capitoli, discorso abbastanza di ciò che ei fece in questa città d’Italia, la quale doveva essere per lui sorgente d’una efimera gloria, comprata coi sudori e con la morte dello sventurato Ugo Ferraretti.
A Pisa egli ebbe la visita di Eduardo Horms. È noto ai nostri lettori il risultato di questa visita, la quale finì col convegno datosi scambievolmente a Parigi per l’anno susseguente.
Pria di chiuder questa parte del nostro racconto, è mestieri far notare che dopo la morte del Ferraretti, Federico si era ritirato a Pisa, dove tenea nascosto a tutti gli sguardi il frutto del suo tradimento, il quadro la Preghiera.
Parte Quarta
I. DILUCIDAZIONI
Andiam debitori verso i nostri lettori di parecchi rischiarimenti che ci affrettiamo a dar loro, pria di riprendere le fila della nostra narrazione.