L’annuale Esposizione è dunque pe’ Parigini uno spettacolo come ogni altro, un divertimento come qualunque altro, un motivo per aggrumolarsi in un luogo e far folla e rumore, per vedere ed essere veduti, per avere di che discorrere par qualche giornata.
Ma queste pubbliche esposizioni, comecchè incuoranti gli artisti e feconde di belle opere, quantunque commendevoli sotto ogni aspetto e onorevoli per lo Stato, che schiude il campo a nobil gara d’ingegni, non potranno giammai far nascere sul suolo della Francia quella scintilla divina che crea i Raffaelli, i Michelangeli, i Tiziani.
Le sublimi arti della pittura e della scultura non si innalzano che coll’innalzamento dell’anima sul plasticismo della creta. Quanto più il pensiero dell’artista si sublima e sorvola alla terra, tanto più il suo concepimento è ispirato, e l’opera sua è immortale.
La Fede innalza l’anima e crea il genio.
La storia e i misteri della religione di Cristo aprono il campo alla vasta ispirazione, e fanno scaturire dall’argilla tesori di celesti bellezze che sfidano il soffio onnipossente dei secoli.
Gli artisti italiani sono grandi e immortali perchè ispirati.
Iddio ha benedetto e fecondato di genii le terre della penisola. Ma che diremo della Francia? Essa non ebbe mai sommi artisti ed opere di arte veramente grandi e immortali.
I soggetti storici profani, le imitazioni mitologiche, le dipinture erotiche non innalzarono giammai un nome al di sopra della mezzanità. Tutto ciò che tende a corrompere la morale e i costumi non vive che una vita efimera; imperocchè dal fondo dell’umana coscienza si leva sempre un grido di riprovazione e di biasimo su tutto ciò che non è conforme a’ dettami della eterna legge di virtù.
Un vasto ingegno del nostro secolo, cosmopolita più che francese, il signor di Chateaubriand imprendeva in ampie proporzioni nel suo Genio del Cristianesimo a far rilevare la superiorità degli autori e artisti cristiani su i profani. Il libro del signor di Chateaubriand è un monumento onorevole innalzato alle bellezze della poesia cristiana, in un tempo in cui la tirannide sacerdotale e gli eccessi della corte papale aveano scrollata e fatta cader la fede da’ cuori. D’altra parte, l’Enciclopedia e le empie sette dell’ateismo beffardo aveano preteso dimostrare la sterilità del dogma cristiano e la sua impossanza a fecondare il genio. Ciò fu solennemente smentito, dapprima dal ragionar matematico del gran Pascal, cui Voltaire avea regalato il nome di pazzo sublime, non potendogli contrastare la elevatezza della mente, e quindi dal signor Chateaubriand, il quale trasportò nel secolo decimonono, purificate dalla luce cristiana, le forme antiche e la poesia di Omero.
È indubitato che l’arte e la poesia profana mancano di una delle più grandi bellezze, di cui son ricche l’arte e la poesia cristiane, quella cioè dell’ineffabile incanto che spargon sull’anima i pensieri della sua immortale natura, d’una vita migliore dopo il passeggiero esilio in questa valle di lagrime, d’una Provvidenza che regge con eque mani le sorti degli uomini. Il vago dell’infinito predomina nella poesia cristiana: la mente è sollevata dalle basse regioni del fango della terra: l’uomo chiamato ad alti e nobili destini, sembra sdegnare tutto ciò che lo assimila al bruto. La sventura e la morte stessa sorridono e si cingono il capo di rose imperiture. Non vi ha che la religione cristiana la quale sparga un incanto fin sul sepolcro.