Il filosofo di Ferney scrisse mille volumi; e una sola volta egli fu sublime, quando accattò un subietto di tragedia a quella religione, che egli avea schernita. La Zaira di Voltaire è la più grande confutazione delle opere di questo autore.
Le grandi bellezze de’ nostri poeti, le opere immortali de’ pittori e degli scultori italiani, i poemi che hanno illustrato la letteratura tedesca e slava, van debitori al genio e alle credenze della nostra religione, feconda madre e ispiratrice di tutte le fonti del vero e del bello.
Il genio artistico è soltanto italiano e cristiano.
Le gallerie del Louvre si aprivano, il 15 luglio, alla grande Esposizione di belle arti. Il così detto Salone del 1829, siccome suolsi dimandare l’annuale Esposizione, fu uno dei più splendidi e ricchi di opere di pregio. I più abili e rinomati dipintori e scultori francesi mandarono al Louvre i prodotti di lunghi mesi di studi e di meditazioni. Ogni genere vi facea sua mostra: ma il paesaggio la vincea sulla figura istorica.
Non faremo una minuta disamina dei lavori che erano esposti nelle sale del Museo: tardo e superfluo ciò sarebbe, dappoichè nei giornali di quel tempo si parlò a lungo di questa Esposizione, il cui grido (esempio raro) valicò le Alpi e si fece udire in Italia. Gli è vero che il Salone del 1829 non menò questo rumore che per un quadro, La Preghiera (opera di genio italiano) e pe’ fatti singolari che questo quadro fe’ nascere, i quali verremo esponendo nella nostra presente narrazione. Ciò non di meno, il riverbero di quella gran luce, la quale venne soffusa dal sublime concepimento del Ferraretti, miseramente spogliato dell’opera sua, rischiarò parecchi altri corpi opachi, i quali, senza quello, sarebbero rimasti nelle più dense tenebre. Come sarebbero eziandio rimasti ottenebrati i creduti capilavori nascosti dalla fittizia muraglia che li copre in tempo di esposizione. Bensì, la figura istorica e fantastica fu interamente ecclissata e scombuiata; e a mala pena vien ricordato il quadro della Morte di un Monaco del pittore Adolfo P..... il quale lavoro avrebbe forse richiamata l’attenzione del pubblico parigino, se la Preghiera non avesse esaurito le sorgenti dell’universale ammirazione.
E questo è, a nostro credere, il più grande elogio che far si possa, in questa occasione, a’ Parigini: l’aver saputo estimare al suo vero punto di altezza un’opera italiana. È vero che essi credevanla francese, credendola prodotta dal pennello del Ducastel.
Non sì tosto furono schiuse le porte delle Gallerie del Museo artistico, una folla stragrande vi si precipitava, fermandosi poco alle prime tele e stivando fino alla soffocazione quella dov’era la tela rappresentante, la Preghiera. Già la voce di questo capolavoro era corsa in Parigi, precedentemente all’apertura dell’Esposizione: e tutti i cultori e dilettanti di pittura erano venuti ad ammirare l’opera del giovine artista, il cui nome era già sulle labbra di tutti.
Il Giurì avea fatto situare il quadro del Ducastel nelle più favorevoli condizioni di spazio e di luce. Tutte le altre tele di soggetti storici che erano nella medesima sala pareano fulminate dalla grandezza e sublimità del concepimento della Preghiera.
Un grido d’irrefrenabile ammirazione scappava dall’anima di tutti i riguardanti, non appena i loro occhi si portavano sulla singolar dipintura. E poscia era un susurro che non terminava mai, un mormorio di elogi infiniti che eran trovati sempre inferiori al merito del lavoro, il quale veniva esaminato con iscrupolosa attenzione in tutte le sue minute bellezze. La lingua francese, tanto ampollosa e esagerata nei suoi avverbi ed aggiunti, si trovava povera e meschina nello esaltare quell’opera maravigliosa. La Francia non avea veduto giammai un simile prodigio della arte: era la prima volta che il genio riempiva di luce inusitata le Gallerie del Louvre.... Quel quadro era un’emanazione dell’essenza purissima dell’anima prigioniera della vita, era una rivelazione della possanza della Fede a circondare una creatura di raggi immortali, e a torle dalla fronte tutto ciò che vi pone di scuro e di tristo l’umana fralezza.
Durante i primi giorni dell’Esposizione ci fu bisogno della forza armata per impedire che un disordine accadesse per l’immensa quantità di gente che fluiva da tutt’i quartieri di Parigi per la curiosità di vedere il già famoso dipinto. Quelli che erano una volta entrati, non volevano più uscire, incantati e rapiti in cielo dalle bellezze del quadro, e, anche volendo, non potevano tornar fuori, essendo stretti e pigiati in tutt’i versi. Intanto l’impazienza vincea quelli che aspettavano di fuora, i quali bruciavano dal desiderio di trovarsi al cospetto della magnifica tela.