Una copia del processo-verbale sulla rivelazione di Zenaide fu mandata al Visconte d’Orbeil. Chi potrà dipingere la sorpresa e il dolore del nobil uomo nel sapere che quegli il quale avea goduto i dritti di amatissimo figlio, l’erede del titolo e delle dovizie della casa d’Orbeil, il rampollo di uno de’ più nobili stipiti francesi, non era altri che un bastardello, cui un tradimento inaudito avea messo al luogo del vero figlio ed erede? Chi potrà esprimere lo sdegno infinito da cui fu preso il Visconte nel sapere che il vero suo figliuolo, bruttato da infamanti accuse, giacea miseramente privo di senno in uno ospizio di pazzi, da cui non sarebbe uscito che per patire la condanna del perpetuo esilio dalla Francia?
Nel leggere quella carta che gittava per sempre nel fango il cognome d’Orbeil, il Visconte, colpito in sulle prime di stupefazione, fu indi assalito da un tal disperato dolore, che caduto sovra una sedia, e cacciatosi le mani tra i lunghi capelli, stette come percosso dalla folgore: la scritta funesta era caduta sul pavimento. La Viscontessa, la quale era venuta nelle camere di suo marito, ed avea veduto il costui profondo dolore senza potere ottener da lui risposta veruna, raccolse la carta che ella vide sul suolo, vi gittò gli occhi avidamente, e spinse al cielo un grido, che parve le fosse uscito dal cuore che si fendeva.
Sembrava che que’ due non avessero dapprima prestato fede alla tremenda rivelazione che strappava dalle loro braccia un dilettissimo figliuolo, condannandolo alla miseria, all’abbandono, e a portare un nome disonorato. Ma, a seconda che la Viscontessa si richiamava a mente l’estrema tenerezza della Zenaide per quel bambino che era in fatti il vero figlio di costei, e le crudeltà inaudite che questa perfida femmina esercitava sulla infelice creatura con tanta infamia tolta all’amore della vera sua madre; quando la moglie del Visconte si ricordava delle frequenti visite che la Zenaide faceva al castello e del come sembrava afflittissima quando il piccolo Augusto non vi era; quando insomma, la gentildonna riandava col pensiero su le più indifferenti azioni di quella ribalda che sì crudelmente l’aveva ingannata, più non poteva dubitare della verità di quella tarda rivelazione che piombava sulla famiglia d’Orbeil per distruggerla.
Le parole del giovine Visconte aveano distrutto la felicità e l’onore di qualche povera e onesta famiglia.
E le parole di una povera inferma chiusa nell’ospizio di Bicètre distruggeano di botto la felicità d’una famiglia ricca, nobile e possente!
Passati i primi impeti del dolore e dello sdegno, il Visconte e la moglie s’interrogarono su quel che avessero a fare pel misero Augusto il quale perdeva tutto in un punto! Un affetto nutrito tenerissimamente per lo spazio di ventiquattr’anni non può cessare in un momento, e per una cagione estranea alla persona che n’è l’oggetto. Augusto, benchè figlio della perfida Zenaide, era sempre innocente agli occhi del Visconte e della moglie, i quali sentivano sempre per lui la stessa paterna tenerezza. Ma oggi un altro veniva a prendere il suo posto! Un altro, che un giudizio criminale avea condannato all’infamia; che tutta la Francia avea maledetto, perchè egli avea ingannata la Francia intera usurpando una gloria che ad altri era dovuta; un altro che aveva fatto morire Giustino Victor, il caro fidanzato della sventurata loro figlia Isalina!
Ma pur quest’altro era il vero loro figliuolo! La natura e le leggi peroravano la sua causa. Il dare all’uno ciò che spettava all’altro sarebbe stata la più ingiusta estorsione, non consentita nè da Dio nè dagli uomini, ed avrebbe compito il misfatto di Zenaide.
Che fare? Che risolvere? A qual partito appigliarsi? Eppure tra poche ore, fra qualche minuto forse, l’orrenda rivelazione sarebbe pervenuta agli orecchi dell’infelice Augusto!
Il Visconte d’Orbeil passeggiava nella sua camera tenendosi tra le mani il capo, da cui sentiva quasi volar via la ragione. Improvvisamente egli si ferma nel mezzo della stanza, colpito da un pensiero; si fa dappresso alla scrivania, dà di mano al campanello.
— A me Augusto, dice ad un cameriere che se gli presenta alla soglia della stanza.