E si ripone a passeggiare agitatissimo. Sua moglie non sa quale determinazione egli abbia presa.

Augusto si mostra agli sguardi de’ suoi genitori: il suo volto, benchè tuttavia malinconico, è sereno e quasi sorridente. Ma tosto egli si avvede dell’estrema agitazione del padre e del dolore in cui sembra immersa la cara genitrice.

Il Visconte intanto è corso all’uscio della stanza e l’ha chiuso a chiave; poscia, in sembiante più tranquillo, è ritornato presso la scrivania, ha tolto nelle mani la carta funesta, e, porgendola con mano tremante al giovine:

— Leggete, Augusto, gli dice, e abbiate coraggio.

Augusto divora cogli occhi la scrittura; una pallidezza di morte copre il suo viso, a seconda ch’ei legge, e non arriva alla fine, che, sentendosi venir manco, si appoggia alla sponda della scrivania..... Egli è fulminato!... non ha la forza di pronunziare una sola parola: le sue pupille, le quali smarriscono la luce, si perdono nel suolo, dov’ei vorrebbe si aprisse una fossa per inghiottirlo. La Viscontessa, veggendo il giovine così pallido come vicino a morte, corre a sollevarlo tra le sue braccia.

— Che mai faceste, Visconte!

Ed ella stende la mano al campanello per chiamar soccorso; ma suo marito la ferma.

— Nessuno debbe qui entrare, signora, le dice: coraggio e fermezza.

Indi, rivolgendosi ad Augusto, che sembrava atterrato:

— Augusto, soggiunge, rialzate la vostra fronte; voi siete puro ed innocente.... voi non dovete soffrir la pena di un altrui fallo.... voi non porterete l’abborrito nome di Federico Lennois... Vostra madre..»