Il Visconte fu interrotto da un leggier picchio all’uscio della stanza.

— Chi è là? domandò con collera.

— Una lettera urgentissima, signor Visconte, rispose un cameriere.

Il nobile aprì l’uscio, afferrò la lettera dalle mani del servo, e gittò gli occhi sulla soprascritta.

— Dall’Ospizio di Bicètre.

Il Visconte lesse rapidamente.

— No, non sarà mai, esclamò indi con uno scoppio di collera, il mio perdono!... e domanda di riveder suo figlio per l’ultima volta.... No, disgraziata, ella non ha più figlio! Ella mi rapiva il mio, ne faceva un infame, disonorava il mio sangue! No... no... Aspetta.

E, come spinto da un soffio di fuoco, si accosta al tavolino, afferra una penna, e sotto la lettera che gli era stata mandata da Luigi Reynold, scrive queste parole:

«La disgraziata Zenaide non ha più figli... Io la perdono, ma ad un sol patto: che muoia!

— Presto, si rechi questa risposta a Bicètre; ei grida.