E il messo partì in gran fretta.
La stupefazione di Augusto (con tal nome seguiteremo a chiamarlo) avea dato luogo ad una commozione sì forte, che egli piangeva come un bambino. E la Viscontessa, la quale più non ardiva di riabbracciare il figlio di Zenaide, nascondeva il suo volto nel fazzoletto.
Il Visconte era di presente il più tranquillo dei tre; parea che un pensiero, un proponimento gli desse coraggio, ed anche una tal giocondità... Egli si era messo di bel nuovo a dare di lunghi passi nella stanza: i suoi sguardi passavano con celerità concitata da Augusto alla moglie e da questa a quello.
Dieci minuti all’incirca trascorsero nel più assoluto silenzio. Era tanta la piena dei pensieri e degli affetti che si agitavano negli animi di quei tre personaggi, che nessuno era atto a parlare.
IDDIO PUNIVA LA SUPERBIA D’AUGUSTO!
Egli cadeva ad un tratto dal suo seggio dorato e diveniva quello che avea sempre formato il subbietto del suo scherno e del suo disprezzo: bastardo e povero!
Di repente Augusto sembra compreso da un solenne pensiero; la sua dignità fulminata, la generosa tenerezza del Visconte gli pongono nell’animo il desiderio di emendare con la nobiltà dei sentimenti l’abbiezione in cui è precipitato: ei cade in ginocchi ai piedi del Visconte.
— Grazia, signore, grazia per la madre mia; ella si muore: fate che io la rivegga per l’ultima volta, e che le rechi la consolazione del vostro perdono.
Non aveva egli finito di pronunziare queste parole, che un altro messo ansante e coperto di sudore, consegnava al Visconte un’altra lettera.
— Vostra madre più non è! disse costui dopo avere scorsa la lettera. Zenaide è morta! Alzatevi, Augusto: ella avea più d’uopo del vostro perdono che del mio; Ora Dio la perdoni!