Augusto, senza muoversi dalla sua giacitura, si era di bel nuovo coperto il volto con ambo le mani; singhiozzava. Il Visconte fece un passo verso di lui, il sollevò per le braccia e gli disse:

— Alzatevi, Augusto, alzatevi; più tardi penseremo al nome che dovete portare, perciocchè quello di Federico Lennois rimarrà sepolto nel manicomio di Bicètre; per ora io vi restituisco un titolo assai caro al mio cuore, quello di mio figlio!

— Vostro figlio! esclamava Augusto come fuori di sè; vostro figlio, e l’altro?

— Anche l’altro! Quello mel restituisce la natura, voi l’affetto. Voi non sarete povero, poichè la dote di mia figlia è vostra.

— Che! esclamò stupefatta la Viscontessa, la dote di vostra figlia, signore?

— Certo; non la si debbe forse all’uomo che le sarà marito?

— Ebbene? dimandò con ansietà la nobile donna.

— Ebbene, rispose il Visconte; ecco il marito d’Isalina.

E indicò Augusto, il quale restò qual trasognato.

— Egli l’amava qual tenero fratello; ora l’amerà quale amantissimo sposo; non è vero, Augusto?