I tre fanciulli, seduti dall’altra parte del tavolo, sfogliano un albo di caricature.
Ritroviamo con piacere Eduardo Horms, Lucia sua moglie, Marietta, Giuseppe, Andrea e Uccello Fritzheim.
Conoscemmo Eduardo Horms nel momento della morte di Daniele de’ Rimini, e non avemmo, per così dire, il tempo di presentarlo ai nostri lettori; ma pur quel momento bastogli per conquistare le nostre simpatie e la nostra estimazione. Con un atto solenne, inaspettato, grande e generoso, egli cancellava in qualche modo le colpe del fratello, e ricompensava la virtù d’una onesta e sventurata fanciulla.
Eduardo era il più giovine e il più bello dei figli maschi del Baronetto Edmondo Brighton, Conte di Sierra Blonda. Sua madre, nata da probi e ricchi proprietari di Glascovia, morti entrambi, quando ella era fanciulla ancora, era stata, al pari dell’infelice Juanita di Gonzalvo, la vittima della più scaltra e detestabile seduzione, alla quale non sopravvisse che pochi anni, lasciando il bambino, frutto della colpa, nelle mani d’un fratello di lei amantissimo, il quale rifuse addosso al pargoletto nipote l’amore che avea per la sorella. Eduardo ricevè la più accurata e gentilesca educazione, e riuscì un modello di squisitezza di modi: egli aveva un bel cuore, un bell’ingegno e una vasta erudizione. All’età di quindici anni, avea già fatto il suo corso di lettere e di filosofia: oltre a ciò, disegnava a meraviglia, sonava l’arpa e il piano, parlava l’inglese, il tedesco e il francese, e soprattutto componea versi da poter stare a pareggio con quelli dei più grandi poeti inglesi.
Eduardo era una di quelle nature scozzesi che ricordano i personaggi di Ossian e di Walter Scott, la virtù più pura era negli occhi suoi che avean il color del cielo: la sua anima non comprendea la falsità, l’inganno, l’ipocrisia. Sensibilissimo e affettuoso, egli metteva un’estrema delicatezza nella manifestazione dei suoi sentimenti, di amore, di lealtà, di abnegazione.
Ahi! trista condizione di chi non può respirare altra atmosfera! Le altissime montagne, i deserti, le foreste uscite dalle mani della natura, sono soltanto i luoghi ove l’aria è pura e serena, e dove l’anima si slancia con gioia ed amore verso la prima Sorgente del Vero, del Bello e del Grande; ma in grembo alla società, nelle auguste stanze de’ nostri appartamenti, nelle popolate strade delle nostre capitali, l’aria è corrotta e malsana: tutto è piccolo, inceppato, affettato: le parole non esprimono le idee o significano idee contrarie: a poco a poco si smarrisce, si perde l’attitudine a’ grandi pensieri e alle grandi azioni: l’anima umana, quasi uccello rinchiuso in gabbia, si dibatte per qualche tempo tra le grétole della sua prigione, e indi vi si avvezza e vi rimane tranquilla, e non mai felice.
Eduardo era vivuto sin dalla sua fanciullezza in un castello remoto e solitario presso Glascovia. Questa bellissima città della Scozia, situata in una posizione elevata, sulla riva destra e alquanto al disopra del Clyde, offriva un quadro di naturali bellezze alla vergine fantasia del giovinetto poeta e artista, il cui pennello e la cui penna ritraevano la solenne maestà della lontana catena di Ross, o la severa bellezza de’ monumenti architettonici de’ mezzi tempi, ond’è ricca quella città della Scozia. I sensi e l’anima del solitario poeta si erano in certo modo raffinati al contatto della schietta natura. Pochi e vecchi amici di suo zio, persone di specchiata probità, formavano tutta la società che egli vedeva di tempo in tempo. Sempre dedito ai suoi studi, alle sue arti che coltivava con estrema passione, Eduardo vedea sorger la vita nel lontano avvenire come quei paesaggi incantati che sorgeano, all’alba, dal seno delle dense nebbie notturne, e che egli ritraeva sulla tela, sposandovi tutto l’entusiasmo e la tenerezza del proprio cuore.
La meditazione e la contemplazione, le due nobili e sublimi facoltà dell’anima, erano state tutta la vita di Eduardo fino all’età di diciotto anni. A questa età, la morte dello zio, che il lasciava erede universale di tutte le ricchezze, il gittava ad un tratto fuori dei suoi gusti e delle sue consuetudini. Eduardo era divenuto in un momento il più ricco banchiere di tutta la Scozia; la ricchezza gli era piombata addosso come un pesante fardello.
Lo zio aveva acquistate grandi ricchezze col commercio del carbon fossile, avendo saputo trar vantaggio dalla situazione di Glascovia, tanto favorevole ad un tal commercio; imperocchè, col mezzo del Clyde, questa città si mette in comunicazione coll’Atlantico, e, col mezzo del canale che congiunge quel fiume al Forth, manda nel mare del Nord i prodotti della sua industria, e massimamente il carbone alimentatore di quella gran possanza che si addimanda il vapore. Oltre a ciò, Glascovia, pel canale di Moukland, riceve il carbon fossile a prezzo discretissimo. Lo zio di Eduardo era eziandio il capo delle officine di Clyde-ironworks, onore, che, per la sua morte, ricadea sul suo erede e nipote.
Ma Eduardo non era nato pel commercio: laonde trovossi in un mondo al tutto nuovo; cercò aiuto e consigli a’ vecchi amici di suo zio, e finì coll’affidare ad uno di questi la direzione dei negozii per potersi abbandonare, senza inciampo, alle sue favorite tendenze e ai suoi carissimi studi.