— Isalina, diceva Augusto dopo lungo silenzio, io non posso pensare senza dolore al giorno in cui ci sarà forza di vivere separati l’uno dall’altra. Ogni volta che i nostri genitori parlano del prossimo arrivo di Giustino e del tuo immediato matrimonio, io sento nel mio cuore una tal pena che tu non puoi comprendere. La gioia di rivedere il mio caro Giustino mi viene amareggiata dal pensiero della nostra separazione. Non ebbi mai più dolce amica di te, sorella mia; insieme educati nella casa paterna, cresciuti sempre a fianco l’uno dell’altra noi abbiam goduto degli stessi piaceri infantili; e appresso, ci siamo scambiati i più reconditi segreti dei nostri cuori. Oh! io non posso riandare, senza una tenerezza estrema, sui cari giorni della nostra fanciullezza! Oggi noi siamo felici, Isalina; ma quanto più lo eravamo in quell’età che è corsa con rapidità sì grande! Ricordi quando il mattino a primissima ora, chiesto il permesso al nostro aio, ci davamo a scorazzare per questo parco, ad arrampicarci su gli alberi, a sfidare al corso la lodoletta? Ricordi quando, attraversando la vasta pianura dell’Usignuolo, andavamo a trovare la mendica del platano, in fondo di quel suo tugurio scuro e affumicato? Tu le portavi talvolta qualche moneta o ristoro di cibo, ed io ammirava il coraggio che avevi nel toccare le mani di quella disgraziata inferma! Io mi rimanea sulla soglia di quel tugurio, non potendo vincere la ritrosia che mi ispirava quella miseria... Oh, sorella, la povertà dev’essere pur un’orribil cosa! Non so dirti come viva è rimasta in me la rimembranza di quella vecchia ammalata!

— E ricordi tu, Augusto, chi era quella vecchia?

— No, propriamente, io non rammento altro tranne che la si addimandava la poverella del platano, perocchè, come sai un enorme platano covriva coll’ombra sua quel tugurio. Noi salivamo tante volte sulle prominenze di quell’albero annoso, e di lassù vedevamo qualche mattina sorgere il sole dietro le mura del nostro castello... Rammentami dunque, Isalina; chi era quella vecchia?

— Ella era la madre della tua nutrice, di mamma Zenaide.

Il giovine si rabbruscò in viso; abbassò gli occhi, e mormorò:

— Oh sì, davvero, or mi sovviene perfettamente! In quale stato di miseria fu ridotta la povera vecchia!

— Dissero, soggiungeva Isalina, che quando morì delirava da far compassione... Immaginati, Augusto, che ella diceva ne’ suoi vaneggiamenti cose talmente strane e curiose da far ridere e piangere al tempo stesso! Diceva che sua figlia Zenaide era la sposa di un gran signore, d’un forestiero ricchissimo, il quale l’avea poscia abbandonata; che ella avea fatto un bel sogno nel quale erale paruto di vedere il figliuolo di sua figlia divenuto un signore di gran levatura.

— Chi? interrompeva Augusto, raggrottando le ciglia, quello sporco e guitto monello, che, se ben ricordo si nomava Federico Lennois, e che ebbe una volta l’arroganza di scagliar delle pietre su Giustino Victor e su gli altri nostri amici?

— Per lo appunto. Or bene, la vecchia diceva di aver veduto in sogno questo Federico nobilmente vestito, circondato da servi, e festeggiato da tanti amici!

— Ah! ah! interruppe Augusto ridendo, io per me credo invece che egli sia morto nella prigione di ladruncoli, dove, ci si disse, venne gittato a Parigi.