— La vecchia, ripigliava Isalina, diceva nel suo vaneggiamento cose assai strane: diceva che non volea più riveder sua figlia; non la facessero entrar nel suo tugurio. La poveretta dimenticava che Zenaide era morta!

— Ah! ella dunque è morta, la mia nutrice? chiedeva Augusto, sfogliando spensieratamente i petali d’un garofano.

— Noi sai? l’anno scorso ella venne qui un momento... Tu eri a Parigi da tua zia la marchesa di Beauchamps... Oh! com’era sfinita dalla stanchezza del viaggio la povera donna!... Pallida, co’ capelli in disordine, collo sguardo smarrito, ella parea matta... Si cacciò senza dir nulla nelle sale del nostro castello; guardava stralunata in volto a’ servi; non riconobbe più nè mia madre nè me! Alle nostre interrogazioni rispondea parole vaghe, inconcludenti: parea che andasse in cerca di qualcuno; ed in fatti, indovina di chi cercava con tanta ansietà?

— Di chi mai?

— Di te, Augusto; e quando le si disse che tu eri andato a Parigi, rimase profondamente addolorata; si lasciò cadere sovra una sedia; abbassò il capo in atto di scoraggiamento e di stanchezza mortale; e, dopo alquanti minuti alzatasi di botto, scappò via, senza dir niente... Sapemmo che l’infelice era morta a Parigi.

— Sì, diss’egli dopo alcuni momenti, or mi sovviene perfettamente di un’emergenza singolare, di cui allora non seppi rendermi ragione, ma che ora credo spiegarmi almeno verisimilmente. Io stava una sera nel salotto di mia zia a Parigi: eravi una ragunata di ragguardevoli persone. La conversazione era animata e brillante; da poco si era servito il tè. Udimmo di repente uno schiamazzo di voci che pareva accadesse nella strada, ma che avveniva nel cortile del palazzo Beauchamps. Dimandammo della cagione di quelle strida. Un servo ci disse che una donna, una furia, voleva ad ogni costo salire sull’appartamento dalla Marchesa, dicendo che, se non le si permetteva di rivedere il signor Augusto d’Orbeil, ella sarebbe andata a gittarsi nella Senna. Immagina, Isalina, la mia vergogna a queste parole. Tutti mi guardavano con istupore... Ci fu qualche insolente che in modo beffardo chiese al servo se quella donna era bella... Io sentii montarmi il sangue al cervello, e diedi ordine che quella sciagurata fosse cacciata via anche con forza. Poco stante, udimmo di bel nuovo le grida e lo schiamazzo. Mi parve allora di riconoscere la voce e il pianto di Zenaide; ebbi rossore dell’atto di rigore che avea comandato; ma non ebbi coraggio di richiamare il comando... Ora più non dubito, su quanto mi hai detto, che quell’infelice era la misera Zenaide, e sento il rimorso di aver forse contribuito alla morte di quella donna che pur tanto mi amava!

— In verità, Augusto il tuo comando fu un po’ troppo severo; bisognava dapprima chiedere del nome e dello stato di quella sventurata!

— Ma tu non consideri, Isalina, ch’io mi trovava in un consesso rispettabile, agli occhi di cui sarei paruto per lo meno ridicolo, se mi fossi diversamente comportato verso una donna plebea, che aveva l’arroganza di chiedere di riveder me. Ciò facea supporre che ella mi avesse altra volta veduto; ed è egli permesso a simili donne di distinguere qualcuno di noi? Che abbiam noi di comune con tal gente? Può una donna del popolaccio permettersi arrogantemente di chiedere del nome d’un nobile, come se chiedesse del nome di suo figlio? Non le aveva io già da molti anni proibito di più annoiarmi colla sua ridicola affezione?

— Ma finalmente, Augusto, se si fosse saputo che quella donna era Zenaide, la tua nutrice, non arrecava più maraviglia che ella facesse tanta istanza per rivederti. Era ben naturale!

— Tu dunque credi sorella mia, che un giovine gentiluomo di 23 anni abbia tuttavia a ricordarsi dalla sua nutrice?