Non aveva egli finito di dire a sè medesimo queste parole, che la porta del salotto si aprì di repente, e Giustino Victor in compagnia di Augusto d’Orbeil corsero ad abbracciare l’artista, che non potè nascondere un movimento di grandissima gioia nel vederli, e che quei due presero per uno slancio di tenera amicizia.
— Eccolo, il nostro caro Ducastel! sclamò Giustino, stringendogli la mano con effusione grandissima di cuore.
— Abbiam l’onore di riabbracciare l’insigne artista, disse Augusto, stringendogli l’altra mano.
— Io vi aspettava, o signori, e non potevate giungere in miglior momento, si contentò di dire il Lennois con bieco sorriso.
Soggiunse indi per dare un pretesto a quello che avea detto:
— Un altro giorno che aveste indugiato, avrei avuto il rammarico di non potervi far vedere il mio quadro che all’Esposizione.
— Epperò ci siamo affrettati a procurarci questo piacere, disse Giustino: era un secolo che non ci vedevamo.
— Sedici giorni, io credo, rispose Federico.
— Tuttavia ci avevate promesso di venire a trovarci a Auteuil in una delle scorse domeniche, disse Augusto, sedendo sovra un esimio sofà.
Il suo esempio fu imitato dagli altri due giovani.